Enrico Bevilacqua – Brooklyn (Music Force)

Passione per il funk per un bassista dal forte approccio purista che regala un sound calibrato a dovere e ricco di rimandi alla scena americana e alla motown di James Jamerson in un continuo crescendo emozionale che via via si dipana all’interno delle tracce proposte, alcune strumentali, altra accompagnate da voci femminili calde e soul in grado di creare atmosfera a dovere in un lounge sequenziale da oscurità che via via ricopre il nostro vivere. Un album notturno quello di Enrico Bevilacqua, un disco importante per uno dei più talentuosi bassisti italiani che riesce nell’intento di dare spazio a monologhi in rapida ascesa che approcciano ad uno stile introspettivo ed emozionale, uno stile che per rimando percepisce l’attesa e la fa esplodere attraverso un gioco di luci e ombre, di passione e dedizione sospirata e convinta. In Brooklyn ci sono gli ingredienti per un ottimo album, le canzoni scorrono e stupiscono dando forte connotazione internazionale ad un progetto che non sembra italiano, anzi il tutto crea un ponte d’incontro oceanico tra un sapere e una conquista e mette in tasca l’essenza stessa di una scena che nell’esterofilia pacata guadagna punti meritati.

Boxes – Boxes (Resisto)

Le scatole raccontano, parlano di un mondo sotterraneo inquieto, ma ricco di vivacità sonora capaci di trasformare l’attesa in un sodalizio con la musica dai più disparati generi che unisci il funk, al soul, le atmosfere eteree dell’intro strumentale e vocale, fino a raggiungere un acid jazz dalle sembianze pop che strizza l’occhio alle produzioni passate e garantisce un viaggio di costrutti sonori difficili da incasellare, ma sostanziosi, carichi di quell’immaginario che si evince solo dalle prove strutturate, mirabolanti e in parte funamboliche, portatrici di un’esigenza contemporanea e forse assoluta, nel mondo musicale per come lo conosciamo, di fondere diverse sinergie per costruire un proprio viaggio che in primis si fa mentale per poi progredire in uno stanziale, in memoria delle atmosfere degli anni ’70 a cavallo con gli ’80, un incalzare sonoro che regala l’anima e non nasconde le proprie capacità di essere unico.

Boj & Good People – Playboj (TdEproductionZ)

Bojana Krunic ritorna con  i suoi fedelissimi e lo fa con stile ed eleganza soul, incamerando le lezioni del passato e gettando sul tavolo da poker gli assi nascosti nella manica che compongono 12 pezzi di r & b inglobate al funk che trascinano l’ascoltatore verso ritmi quasi ancestrali, che scuotono dentro e fanno apprezzare la vertigine; una prova che fa ballare, fatta di voci suadenti e sessioni ritmiche precise, step by step, in un flusso continuo che porta l’ascoltatore alla scoperta di un mondo diverso, a cui le produzioni nostrane generalmente sono allergiche, salvo alcuni egregi casi di stile come i Black beat movement di Naima Faraò.

Ecco allora il fattore sorpresa, una band italiana che fa dell’ottimo soul incastonato ad altri stili e fusioni, mai banale, ma generoso e originale, capace di prenderti per mano e portarti dentro l’anima, tra suoni caldi e avvolgenti compressi e futuri, dando tempo al tempo e lasciando da parte per un po’ l’inquietudine.

Ci troviamo così allora, a sorvolare città immaginarie, lasciandoci alle spalle i brutti ricordi, pronti per essere accompagnati in una nuova avventura, oltre ciò che di tangibile la vita sa offrirci, oltre tutto ciò che conosciamo, alla ricerca di qualcosa di veramente fantastico.

Lara Groove – Lara Groove Ep (Autoproduzione)

Lara Groove è coscienza di un mondo che non appartiene a nessuno, tra voli in estasi fuori controllo in vibrazioni funk e soul per una band fatta da cinque persone dove un uomo e una donna cantano e dove strumenti usuali come basso, chitarra e batteria sono supportati da synth ed elaborazioni digitali connesse alla realtà in un continuo elegante e mai conclamato e dichiarato, ma che umilmente si ritaglia un posto nel mondo della musica italiana.

Cinque brani per questo esordio cangiante, cinque brani che parlano di noi e del nostro tempo, dalle dichiarazioni culturali di Hello world fino a Liberi di, passando per Nuvole, Nonostante tutto e quella CAOS che cita direttamente il Palahniuk di Invisible Monsters.

Un disco calibrato e ben congegnato che resta in attesa di sviluppi futuri, un album che è pronto ad espandersi in un full length di aggregazione, passione e fragilità; caratteristiche essenziali per le produzioni future di questa band.

The black beat movement – Love Manifesto (Grande Onda)

Album ricco di sfumature e registrato egregiamente, disco che non sfigurerebbe accanto a qualsiasi e qualsivoglia produzione internazionale di rispetto, inglese eccellente e classe da regalare a migliaia di gruppi conterranei, loro sono i Black Beat Movement e dopo un anno e mezzo circa dall’uscita del loro ultimo lavoro ID-LEAKS fanno dei suoni un vestito elegante da indossare e per l’occasione il cambio d’abito dal titolo Love Manifesto è un concentrato di hip hop calato nel quotidiano , inframmezzato da soul e r’n’b con sprazzi nel jazz; si avete capito proprio bene, i nostri di larghe vedute incasellano una prova che in sé è priva di genere, ma si assiepa tranquillamente tra quelle produzioni che non devono per forza essere  etichettate, ma che vive, questo Love Manifesto, di luce propria e si alimenta attraverso la voce incisiva e suadente di Naima Faraò che per l’occasione è accompagnata dalla chitarra di Jacopo Boschi, dal basso di Luca Bologna, dalla batteria di Nico Roccamo, dal sax di Luca Specchio e dal giradischi bello scratchato di Dj Agly.

Un disco multiculturale e internazionale, con featuring di alto livello come quello di M1 voce dei Dead Prez, la voce di Raphael e quella di Tormento, tredici tracce che sono anche immagini e soprattutto pure sensazioni e vibrazioni a disegnare nel cielo, probabilmente un manifesto d’amore sperato, tra forza generatrice e qualcosa che portiamo dentro, qualcosa che nessuno al mondo ci toglierà.

Nero – Lust Soul (Autoproduzione)

Viaggio negli abissi di sola andata, viaggio senza ritorno, anime nere che si scuotono e tentano di ricucire il tempo perduto, in stato di grazie e rumorose presenze si dipanano all’orizzonte, concentrando il divincolato giorno verso un sogno che può e che appare lontano, che contrasta l’esigenza di volere ottimizzare il nostro tempo, anche se il tempo non conosce forma e inghiotte ogni nostra speranza, ogni tacito accordo, ogni lieta notizia che ora come ora intravede poche possibilità nel domani.

Anni ’80, anni ’90, il piacere della scoperta e il calarsi dentro a mondi lontanissimi, distorti e compressi, mai lasciati al caso, alla ricerca di quelle anime perdute che fanno tanto coscienza e che si insidiano in sostanze multiforme devastanti, rock  and roll, molto più rock del dovuto e meno roll, intrecciato ad un punk atomico di inizio millennio che sa di nero tossico, di nero crepuscolare.

Ecco allora che il disco omogeneo è un anfratto di quella oscurità che ci appartiene e ci rende partecipi di una vita incompresa e governata da altri, di una vita al limite che ha bisogno di essere riscoperta.

E la notte lo inghiotte inesorabile.

Amana Melomé – Lock and Key (Tiwax Music)

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Indossate un abito elegante, da sera, possibilmente scuro e suadente, per immergervi in una stanza poco più alta di due metri e mezzo dove poter intravedere le luci soffuse di un candelabro colante lacrime di pioggia che amorevolmente scaldano, abbracciano, ti accolgono.

Questa è la musica di Amana  Melomé cantautrice caraibica/americana nata in Germania che ha perfezionato la sua tecnica in tutto il mondo, dando vita ad un soul con venature jazz impreziosito da una voce che regala emozioni e rende il viaggio, lungo i 5 brani che compongono l’ep, un percorso, obbligato, fatto di sogni onirici e orchestrazioni spettacolari.

Brani che partono nell’introspezione aprendosi ariosi e dove i fiati si integrano in modo eccellente creando giochi di rimando  e materializzazioni sonore osando su territori in continua esplorazione.

Una voce che riscalda quindi e che ti accompagna a conoscere il suo mondo, ti accompagna a spiccare il volo, come nell’immobilità sonora di Icarus, traccia di chiusura per palati sopraffini in virate di free jazz discostante, ma incanalato da una precisa guida, a chiudere un disco fatto di suoni che scaldano l’anima.

Marco Mati / Stefano Morelli – Split (Lapidarie Incisioni)

Gli album come una volta, un’amicizia che non è divisione, ma condivisione, due lati in un disco; una volta c’erano i vinili ora ci sono supporti moderni che risultano essere essenziali nella loro unicità.

Due ragazzi, due persone molto diverse, accomunate dalla voglia e dalla necessità di fare qualcosa di vero e puro, di innovativo nel panorama della musica indipendente italiana.

Il tutto ha il sapore del vintage appena sfornato, contornato da stupende delicatezze che si assaporano maggiormente nella buona stagione che sta per arrivare.

Il primo, Marco Mati, è portatore di un suono legato al Soul e all’R&B con contaminazioni Reggae infarinato da una buona dose di coraggio che rende i sei pezzi, la sua parte, molto variegata e intrisa di quel sapore internazionale che lo contraddistingue.

Stefano Morelli invece fa dell’introspezione una via di fuga dove far crescere i propri pensieri che sono in continuo divenire abbracciando Kings of Convenience, Tom Waits e le solitudini immaginifiche di Thom Yorke.

Un piccolo gioiello che suona come purezza nella sua essenzialità, come viaggiatore errante in cerca delle proprie origini, un mondo in 12 tracce che sono state regalate per essere scartate lentamente una a una, fino all’arrivo di un nuovo giorno.