Bruno Belissimo – Ghetto Falsetto (La Tempesta/Stradischi)

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Musica da terrazze ricostituite e rinvigorite per l’occasione, approccio elegante, sofisticato, malizioso e mai banale per un concentrato di house sporcata dai beat elettronici in secondo piano che in questa nuova prova sedimentano chitarrine funk oserei dire geniali e capaci di spruzzare l’etere di risveglio post’ 70 in una bellissima e avvolgente lezione di stile che ricopre a dismisura i canali delle nostre convinzioni. Con Ghetto Falsetto Bruno Belissimo ritorna a far ballare a manetta. Dopo più di cento date in Italia e all’estero il nostro prosegue una propria ricerca stilistica che non ha eguali concedendosi sprazzi alternativi veicolati dal suono, dalle impressioni che sentono il desiderio di uscire, dall’intrinseca visione atmosferica di procedure analogiche in loop alquanto digitale e altamente contagioso. C’è un potente marchio di fabbrica in tutto questo, c’è la profonda convinzione di aver fatto qualcosa di veramente essenziale, di veramente unico e strabiliante, ma nel contempo c’è di fondo la semplicità di una persona che attraverso impulsi sonori riesce a smuovere qualcosa dal di dentro che non ha confini. Bravo davvero. 


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Rappresaglia – Neurotik (Rocketman Records)

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Tornano i Rappresaglia, tornano con il loro chissenefrega impegnato, con le loro chitarre esplosive intrecciate a trame di vita che parlano di questo mondo in fase andante di decomposizione, musica che parla vicino all’ascoltatore e che nella sua velocità d’insieme risulta ancora attuale e sedimentata. Questo Neurotik è un viaggio al fulmicotone, una molotov inesplosa pronta ad accendersi quando inseriamo il disco nel lettore per suoni granitici e aperti che sanno costruire muri sonori fatti di rabbia, abbandono, vita da ricucire e da riprendere facendola nostra ancora una volta, per sempre. Il suono è coinvolgente e la punk band milanese lo sa alla perfezione in quanto l’omogeneità di fondo della proposta si sposa con i testi, si sposa con valori essenziali da perpetuare nel corso del tempo. Da Buried alive fino a Uncontrollable urge i nostri riempiono l’etere di significati e convinzioni e grazie a questa nuova prova si confermano pionieri di un genere che in Italia li vede protagonisti da oltre trent’anni.   


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Tita – Andare oltre (Prismopaco Records)

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Il senso del viaggio e della lontananza da raggiungere, delle strade raccolte al filo rosso della memoria, al filo che ingloba e ci conduce verso un’altra realtà fatta di sogni, paure e speranze, fatta di substrati di ricordi e vita da vivere in tutta la sua importante ragione d’essere; momenti quindi inconfutabili, istantanee, raccolte, visioni. Il disco di Tita, all’anagrafe Cristina Malvestiti è un concentrato emozionale che intesse chitarre gitane in arpeggi preponderanti che fanno scattare scintille di intersezioni con un pop cantautorale raffinato e davvero mai urlato, ma piuttosto incamerato in un suono energico, ma nel contempo introspettivo, denso. Una musica piena che nella voce trova un’intimità avvolgente disintegrando al suolo qualsiasi forma di banalità per ritrovare un proprio stile in una manciata di brani, in un insieme concreto di avventure che sono vita e costruzione, ossatura stabile e fragilità in bilico. Pezzi come I nomi delle cose, Bambina, Sono nati fiori a volte, Io sono io fanno da collante fondamentale in questo viaggio nel contemporaneo, apprendendo al meglio la lezione del less is more e consegnando all’ascoltatore un gusto d’insieme che nella sua interezza raggiunge l’inaspettata eleganza. 


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TrèHùs – When you’re anything but ok (Cabezon Records)

album When you're anything but OK - TrèHùs

C’è un cuore oscuro pulsante nella musica enigmatica e compatta dei TrèHùs, c’è una musica apribile allo scibile umano per combattere indifferenza e convogliare energie in substrati cosmici, elettronici, dove il benessere passa per l’elettricità di un pop alternativo che si fa apprezzare per incursioni in territori da esplorare, in dinamiche che diventano isole e affrontano la realtà circostante in simbiosi con il proprio essere, con il proprio gestire la vita moderna, da Bon Iver a James Blake passando per qualcosa di più movimentato che incastra le atmosfere degli ultimi Arcade Fire concedendo egregiamente la possibilità di tentare di comprendere a fondo la bellezza di questa musica. E proprio nella formula dell’ossimoro, della contrapposizione i nostri ne escono vincitori, segnando un confine che non è mai netto, ma piuttosto interagendo su più piani grazie ad una musica d’insieme che non si accontenta di chiedere, ma piuttosto regala, dona, convince, dalla splendida apertura Ocean fino a Black Tide, passando per le essenziali Orfeo e Captivity. I TrèHùs tirano fuori dal cilindro un disco magnetico e a tratti inquietante dove l’internazionalità di fondo esplode in una purezza che non attende, ma colpisce a fondo, nell’immediato. 


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-LIBRI ILLUSTRATI- Daishu Ma – La foglia (Orecchio Acerbo)

Titolo: La fogliaRisultati immagini per daishu ma la foglia

Autori: Daishu Ma

Casa Editrice: Orecchio Acerbo

Caratteristiche: pagine 104, cm.21,5×26

Prezzo: 19,50 €

ISBN: 9788899064815

 

Immagine correlataPaesaggi urbani notturni incatenati al sonno della ragione e privi di convinzione nel dipingere un mondo sereno all’interno di una descrizione di un presumibile ciò che sarà impresso a fuoco nelle nostre abitudini e rappresentato in visuali complessive davvero uniche e spettacolari dove il generale si trasforma in particolare, dove il particolare racchiude al proprio interno il segreto e il senso più profondo del nostro vivere, dove la naturalezza dei gesti delle persone semplici rende chiara l’idea di libertà e diversa e ammirevole la visione di ciò che ci circonda.

 

Immagine correlataLa foglia è il rincorrere un senso di veridicità che accomuna le persone, è un illustrato d’autore con la I maiuscola che riesce ad entrare silenziosamente all’interno di una diversa prospettiva comune, è lo scardinare al suolo la nostra fame di tecnologia, la nostra anoressia bulimica di ingranaggi formali che sembrano inglobare questa nostra società, questo nostro vivere abbandonati. La foglia è prima di tutto una storia meravigliosa, una storia in cui un ragazzo riscopre in qualche modo il segreto caldo della natura contrapposto al freddo gelo di un mondo asfittico cittadino, un ritorno alle origini contrapposto all’urbanizzazione, l’idea di un luogo diverso dove poter abitare e un vento che trasporta vita dove il cemento e il metallo sembrano farla da padrone.

 

Risultati immagini per Daishu MaEcco allora che il capolavoro di Daishu Ma, cinese di nascita, spagnola d’adozione, prende forma, prende vita preponderante in disegni che non rispecchiano uno schema fisso, ma piuttosto si fanno energia per muovere gli ingranaggi del nostro cuore, sfruttando radici comuni con l’illustratore australiano Shaun Tan e assorbendo tecnica e sentimento in un libro che riesce ad entrare nel cuore già dalla prime pagine.  Impostazioni narrative a matita, fondamentalmente in bianco e nero, trovano il loro personale punto di svolta con l’avvento del colore, acquisendo un cambio materico e di significato nel passaggio dall’azzurro al giallo; il calore quindi di una fiamma reale contrapposta alla fittizia egemonia di artifici umanizzati.

 

Risultati immagini per Daishu Ma leafLa foglia ha tutte le carte in regola per diventare un classico di spessore della narrativa illustrata, ci sono elementi primari di facile comprensione e c’è un’interpretazione che può spingersi aldilà di un approccio velato, ma comunque ben delineato. Il libro di Daishu Ma racconta di una città spenta, di una città con un cuore sintetico, racconta di un ragazzo che trova un’energia nascosta e diversa in una foglia, un punto di contatto tra la terra e il cielo, una visuale ricercata e nuova capace di dare speranza ad un mondo, inteso come umanità, sempre più isolato e che ogni giorno ci troviamo ad affrontare.

Per info e per acquistare il libro:

https://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=544 


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HeavenBlast – STAMINA (MusicForce)

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Incrociatori satellitari di generi che man mano si aprono ad incursioni corali e definite che accennano a ricoprire spazi di un concept sopraffino difficile in prima battuta da incanalare, ma caldo e avvolgente ascolto su ascolto in una stesura impressionante che ben si amalgama con le parole suono scaturite con un rigore metrico spaventoso che pian piano si avvicenda e ci nutre con fare sospinto grazie ad un metal sinfonico che concede spazi a ritornelli pop rock incandescenti e lascia a bocca aperta quando deve ricondurre il tutto ad una forma che non è di certo statica, ma piuttosto in continua evoluzione. Il disco degli HeavenBlast non dà nulla per scontato anzi, ricerca a gran voce un proprio posto nel mondo dove stare, tra la forza di libertà e l’accurata sensazione che tutto possa evolvere, che tutto possa cambiare, che tutto riesca a trasformarsi di nuovo. Bellissima l’idea di fondo di alternare una moltitudine varia di voci, quasi un collettivo d’autore che si presta per una giusta causa, per un disco di inesauribile originalità. Stamina è il desiderio di procedere e di sedimentare nel contempo i ricordi, di recuperare in qualche modo il tempo perduto grazie a sprazzi che non possono di certo cadere nell’ovvietà delle immagini circostanti, ma piuttosto perpetuando un’idea di moto che non conosce ostacoli e che non conosce fine. 


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Phantomatica – Look Closer (Autoproduzione)

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Mescolare storie e vissuti con capacità importanti nel delineare un rock contaminato che non si abbandona a semplici cliché, ma piuttosto si apre elegantemente contagioso già dalla traccia d’apertura sembra e esplodere in conturbanti riff chitarristici per poi appianarsi e ricercare una formula più sedimentata e personale, più ardentemente pacata nella sua imprescindibile forma cangiante. Il disco autoprodotto dei Phantomatica mescola il meglio del rock degli anni ’90 dagli U2 fino alle ballate di Corghiana memoria, passando per il grunge di Seattle e quella carica di espressività che possiamo cogliere in pezzi come Drop it, Revelation, Sailor, Mr Nobody per un risultato formale che si fa apprezzare per un ricerca di un’originalità che non si può definire timida, ma piuttosto sostanziosa e mai banale. Look Closer è un album per palati esigenti e nel contempo racchiude nell’immediatezza del pop rock una via di fuga apprezzabile e di sicuro interesse. 


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Entropia – October is coming (Eclectic Productions)

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Contaminazioni di genere per parlare in modo indissolubile di qualcosa che cento anni fa e che ancora oggi possiamo definire storia. La Rivoluzione d’Ottobre raccontata in musica attraverso i tribalismi concentrici di un rock impastato all’elettronica mai banale in sostanziose riprese che si fanno narrazione per Entropia in una discesa concettuale e paradigmatica di un periodo ben definito e che ha scosso masse intere nel raggiungimento di un ideale culturale sperato e mai del tutto compreso. Con October is coming i nostri entrano di prepotenza all’interno di una rivoluzione che è stata anche di tipo concettuale, una rivoluzione culturale e qui riprodotta seguendo una sorta di dettami post moderni a ricreare una musica che si lega al filo rosso della memoria, al filo rosso del tempo in evoluzione. Sono quattro pezzi per quattro momenti, un concept studiato a tavolino che procede alla velocità di un treno da The great war, fino a The winter palace in October, passando per Revolution in February e The April Theses in suite eterogenee davvero originali e ammirevoli per un’opera che sembra raccogliere il fulcro principale del proprio significato intrinseco all’interno di una sonorizzazione cinematografica di un’epoca non così lontana. 


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Zeffjack – Friendless (Rocketman Records)

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C’è della poesia in queste incursioni strumentali che la fanno da padrone, c’è della poesia in questo vagare interiore in un mondo che non ti vuole, in un mondo che accoglie i fortunati, i forti, tralasciando i deboli, lasciando indietro gran parte di noi. Gli Zeffjack lo sanno bene e ci convivono ormai da anni in questo pianeta Friendless, senza amici, senza punti di contatto, un mondo che ti abbandona e loro grazie ad una musica potenziale espongono a dismisura i contatti con un altro tipo di territorio, con altre aspirazioni, in un concentrato rock che amalgama il noise, il punk fino ad arrivare all’energia esplosiva che riassume concetti, riassume esigenze e si lascia approfondire. Pezzi come Mont Blanc, Poretty Party, Starting Light, Number 9, Fade Out sono tra gli altri i momenti più alti di un disco che esplode traccia dopo traccia in un’esigenza interiore di dare un senso ai legami, di dare significato a ciò che significato non ha. 


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Tenedle – Traumsender (Sussurround Live & Records 2018)

Discostato egregiamente da qualsiasi produzione odierna il disco di Tenedle guarda al passato o piuttosto guarda lontano, grazie a composizioni che non abusano di elettronica, ma piuttosto convincono per espressività e multiformità variabile ad ogni latitudine. Musica quindi colta, espressionismo citato a gran voce in una formula che unisce l’art rock con qualcosa di più profondo, quasi cantautorale, a narrare di questa e altre vite, di questa e altre asperità in un concentrato di citazioni davvero interessante e ben suonato. Nella musica di Tenedle c’è una sperimentale arte del sogno cangiante, un modo per entrare nella quarta dimensione attingendo le proprie radici nelle sonorità di mostri sacri quali Beatles, Pink Floyd e Radiohead senza dimenticare il re delle atmosfere create e sovrapposte David Sylvian. Tenedle convince a dismisura, le ossessioni e le malinconie introspettive diventano armi vincenti per creare appigli di coscienza e di riflessione per un disco che oltre ai numerosi ospiti presenti come Debora Petrina e Susanna Buffa sedimenta gli ascolti in attimi di misticismo cosmico che trasformano in colore brillante la nostra vita fatta di scale di grigi. 


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