Pieralberto Valli – Numen (Ribéss Records)

album NUMEN - Pieralberto Valli

Ascoltare Pieralberto Valli è come entrare in comunione con qualcosa di mistico, interiore che smuove una parte di noi, una parte di ciò che ci portiamo dentro. Abissi ancestrali risvegliano parti sopite e le canzoni che si susseguono come un fiume travolgono i meccanismi neuronali interiori, i meccanismi di disincanto che ci accompagnano nel tentativo di capire questa nostra vita. Numen si muove commovente e maestoso sin dalla bellissima traccia d’apertura Non fare tardi e via via recupera territori misteriosi in tappeti elettronici capaci di mescolare l’analogico al digitale in una commistione impattante di eleganza, forte capacità e grande sperimentazione. Un album composto da tre dischi, nato per accompagnare, in parte, uno spettacolo teatrale, questo Numen diventa un trattato sull’errare umano, sulla sconfitta e l’abbandono, sulla spirituale decadenza eterna. Un incontro di un io tormentato alle prese con l’evoluzione del proprio stare al mondo, uno spaccato esistenziale racchiuso in un prezioso box di tre dischi dove qualità e quantità diventano un tutt’uno, scardinando gran parte delle produzioni odierne e stabilendosi laddove nessuno, o quasi, può arrivare.


 

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Radio Lausberg – Terre di mezzo (VREC)

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Folk condensato e concentrato all’interno di una Terra di mezzo chiamata vita dove anime errabonde si scontrano e si confondono con le essenzialità di un vivere che ci pone sempre al centro, sempre nel mezzo di una necessità a cui non riusciamo a dare un nome. La musica priva di barriere dei Radio Lausberg, per l’occasione prodotta da Erriquez della Bandabardò, esplode in necessità e si afferma capace di comprendere sensazioni moderne di una contemporaneità messa in discussione dalle prove della vita. Terre di mezzo è un disco immediato, bellissima l’apertura affidata a Paraculo Caterì che concentra le idee di un intero album, di una intera prova. I Radio Lausberg ci consegnano una manciate di pezzi ispirati quanto basta per lasciare in disparte l’inutile di ciò che ci gira intorno e focalizzando punti di vista e ruoli all’interno di una quotidianità da rilanciare e da rielaborare in un’ottica diversa e condivisa.


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Century light – Memory Box (VREC)

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Suoni che provengono dagli anni novanta per un disco di musica concentrica in grado di unire l’alternative al rock americano in un concentrato di commistione esigibile che affonda le proprie radici in una modernità mai conclamata, ma piuttosto carica e viva di elementi personali in grado di scardinare il perbenismo e ricreando interiorità messa a disposizione delle nostre paure, dei nostri incubi ad occhi aperti. Un viaggio nella verità sospesa, un viaggio quello dei Century Light che attraverso canzoni come Demolition, Daybreak, Icarus, Spaceship riesce a condensare i suoni di Imagine Dragons e dei Nickelback per un insieme di canzoni che parlano di verità da riscoprire, di sogni da conquistare e di luce da far risplendere nella notte più nera.


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Tommaso Tam – Cosmoillogico (VREC)

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Incrociatori di galassie epocali si sposano all’interno di un’elettronica di confine pronta a scardinare tumulti interni e incrociando un pop costruito ad arte pronto ad illuminare la scena ancora una volta. Il disco di Tommaso Tam racchiude un sacco di musica degli anni ’80, un album che riflette scelte simultanee in aperture mai claustrofobiche, ma quasi disimpegnate e costruite per ottenere gigantografie di una quotidianità che supera la fantasia a suon di polvere di stelle, a suon di sintetizzatori d’annata ben calibrati. Undici tracce proposte per altrettante sperimentazioni che raccolgono l’impronta di un mondo in dissoluzione e concentrano l’attenzione in pezzi come Free space, 11, Venerdì, Dentro il Matrix ad ottenere un risultato che pur non aggiungendo niente di nuovo nel panorama musicale nostrano, rielabora concettualmente atmosfere e disincanto di un mondo che non c’è più.


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Phomea – Annie (Mela Verde Records)

album Annie - phomea

Intimità disciolta in una musica melliflua che concede spazi e vapori disincantati pronti a cogliere dalla sostanza del tempo una lacrima di veridicità. Il progetto di Fabio Pocci mette a nudo un’anima che si racconta, un’anima in grado di attraversare le pareti dello scibile umano attraverso un indie rock favorevole agli ’90 che nella malinconia precostituita ritrova il suo punto di bagliore, il suo punto di presenza più alto, il suo punto di non ritorno. Un disco dedicato alla madre, un disco che scava all’interno, scava e scava fino a scorgere una bellezza racchiusa sul far della sera, una bellezza che diventa notte oscura, in attesa di un’alba che sembra sorgere quando meno te lo aspetti. Undici canzoni che affrontano la paura, undici pezzi che trovano nella musica una speranza, un nuovo modo di guardare avanti per non voltarsi indietro, mai. Bravo davvero.


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Danilo – Sirius (Irradiant Hologram)

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Echi post punk irradiati a dovere in suoni a profusione che ricalcano le orme del passato attraverso una sperimentazione davvero entusiasmante, attraverso un piccolo EP che riesce ad entrare in punta di piedi all’interno del nostro vivere esplodendo in sinergia costante con un equilibrio da mantenere e rendere sempre più vivido e fervido. La New wave snocciolata pezzo su pezzo intraprende strade di veridicità e con grazia, sempre tesa a trovare una certa perfezione, riesce a costruire eventi che ammaliano mondi su mondi a ricostituire un tutto, a tentare di ricreare ambienti in dimensioni parallele. Inglese che si mescola all’italiano per quattro canzoni eterogenee a ricreare una galassia spaziale che trova i propri fondamenti in un passato che non ha mai smesso di stupire. 


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The Junction – Dive (Dischi Soviet Studio)

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Post punk ad esplosione che riesce ad infondere legami con il territorio circostante ristabilendo di fondo un’internazionalità d’oltreoceano sempre pronta a stupire, sempre pronta a rinsaldare ciò che sembrava perso. Tornano i The Junction con un disco fatto di sudore e ossa rotte, un album che corre alla velocità stratosferica della luce e imbriglia una capacità maturata nel tempo e pronta a lasciare il segno ascolto su ascolto. Dive è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, un album pieno di rimandi ad una scena underground viva più che mai. Da l’inizio esplosivo di Die alright fino a The widow, passando per la title track, Bombay movie e Love i nostri riescono a procedere costruendo brani diretti e a tratti inafferrabili per una manciata di canzoni che riscoprono, nelle proprie radici, un punto di svolta necessario.


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Satoshy & La Banda Balloon – L’ignoto (Autoproduzione)

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Suoni e colori di strada capaci di penetrare la carne attraverso una musica d’insieme capace di scardinare i dettagli precostituiti attraverso canzoni che sono parole in libertà che parlano da vicino di noi, di questa società, di questo e altri modi di vedere il giorno che nasce e che muore, di vedere nel complesso stabile della nostra introspezione un insieme gridato di mobilità costante. E’ un suono metropolitano quello dei Satoshy & La Banda Balloon, un suono cupo e oscuro capace di condensare energia e vissuti in un solo album che attraversa decadi di hip hop per lasciarci misurare con egual compiutezza i colori grigi di questo nostro vivere. L’ignoto è un insieme di tracce omogeneo che scruta i colori della nostra anima, scruta pensieri, parti che parlano di disillusione e abbandono, momenti che forse non torneranno più, ma da cui ripartire per vedere la luce di un nuovo giorno che nasce.


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Joe Batta & i Jeko – Noi odiamo Joe Batta & i Jeko (Old Tower Records)

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Concentrati semi acustici di un rock contemporaneo ingabbiato all’interno di costanti costrizioni che prima o poi emergono attraverso un suono moderno e disincantato che conosce le divagazioni in lingua italiana capaci di dare un senso di straniamento e di internazionalizzazione ad una formula del tutto collaudata e priva di rimpianti. Il disco di Joe Batta & i Jeko riesce a mescolare elementi acustici con quelli di un rock più suonato ed elettrico che non si risparmia, ma mette in risalto una voce che riesce a centrare l’obiettivo di comunicare, di parlare, di intercalare momenti di introspezione a momenti di sensibile esplosione attraverso i racconti di vita di tutti i giorni, attraverso racconti che non cedono spazio al tempo che passa. Da La mia migliore amica fino a Vedrai, vedrai i nostri riescono a creare piccole suite sonore immortalate all’interno di un tempo che sembra non trascorrere mai.


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Diraq – Outset (JAP Records)

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Velata introspezione e suoni che si dimenano dall’interno in una cupezza d’oltreoceano capace di sfondare acclamate visioni di porti lontani, di sogni e incubi da esplorare, di velleità lasciate in disparte per raggiungere, in un solo istante, il nocciolo della questione. Tornano i Diraq con un nuovo Lp. Sembra di ascoltare Tom Jones intrecciare cavalcate alla Nick Drake e il sapore discostante dei Black Rebel Motorcycle Club in un tutt’uno con la forma canzone che non delude mai e scava, scava negli abissi di ciò che ci portiamo dentro per emergere con suoni lontani, suoni che accarezzano e nel contempo, come pugno allo stomaco, intercalano movenze e sudano parole sui palchi di questa e altre vite. Outset è un disco cupo, un disco che non cerca visibilità, si muove nell’ombra e quando meno te lo aspetti scalda, in modo unico e assoluto, i tratti distintivi che ci caratterizzano e ci rendono unici.


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