Rigolò – Tornado (Antropotopia)

album Tornado - rigolò

Il viaggio come ispirazione a mondi lontani, il viaggio percepibile di questo Tornado, disco sopraffino capace di entrare all’interno di un folk alternativo di matrice americana e nordica impreziosendo l’ascolto da risvolti di violoncello che non si fa puro sottofondo, ma piuttosto risulta essere parte fondante e preponderante di un tutto davvero interessante. I Rigolò acquisiscono capacità empatica in questo disco, lo fanno con brani che si abbandonano ad uno strumentale che sa di magia per poi pian piano ritornare ad un cantato dolce e mai melodrammatico, ma piuttosto consapevole nel dare un senso di riempimento a stanze vuote, nel fissare con lo sguardo la campagna che si apre a nuove forme di interesse in un cerchio che racchiude la partenza e proprio nella partenza trova il suo naturale punto d’approdo. Apice del disco la bellissima Society in un rincorrersi di eventi di rara intensità per una band che fa dello stupore continuo la propria chiave di lettura, il proprio desiderio infinito di andare lontano. 


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Mamuthones – Fear on the corner (RocketRecordings)

Mamuthones - Fear On The Corner

Pazzia psichedelica che instaura parallelismi con una natura sconvolgente e implosa per la band dell’ex Jennifer Gentle Alessio Gastaldello, un substrato ricco di rimandi ad una scena tribale concisa e quasi ermetica che si apre poi a viscerali lamenti lisergici proprio quando meno te lo aspetti in un condensato d’amore per tutto ciò che può essere rivoluzionario o perlomeno sorprendente e sbalorditivo. Il nuovo Fear on the corner ovviamente è un disco complesso, possiamo solo carpirne una visione d’insieme che a tratti sembra sfuggire, a tratti però ci consegna una prova d’alto livello sia dal punto tecnico-compositivo, sia dal punto di vista emozionale instaurando con l’ascoltatore un senso di straniamento portando l’album stesso a paragoni capaci di sfiorare le architetture sghembe dei nostri, dal jazz fusion di Hancock passando per Miles Davis e incrociando un funk che si sposa con i ritmi africani. Fear on the corner è un disco davvero grande, sia per caratura dal sapore internazionale sia per potenza espressiva che dona alla sperimentazione una grandiosa sensazione di bellezza.

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-FUMETTO- Vincenzo Filosa – Figlio Unico (Canicola Edizioni)

Risultati immagini per figlio unico filosaTitolo: Figlio Unico

Autore: Vincenzo Filosa

Casa Editrice: Canicola

Caratteristiche: 240 pagine, b/n, 15×21

Prezzo: 18 €

ISBN: 9788899524203

 

Vicende di interesse a tutto tondo che ripercorrono in ambito d’insieme le storie di un ragazzo alle prese con il proprio diventare grande, adulto in un mondo dove la chiara contrapposizione alla realtà genitoriale si fa comprensibile e per certi versi sfiora e scuote qualcosa dentro, almeno per me, in un insieme narrato di avventure che strappano un sorriso e talvolta colpiscono come pugno allo stomaco e fanno male, realmente male. La peculiarità del nuovo di Vincenzo Filosa sta nel ricercare senza mezzi termini ed escamotage un racconto di vita ambientato attraverso città che si trasformano in incubi e foreste ostili, quelle città che si fanno raccontare creando un ponte immaginario tra la Tokyo del pioniere Osamu Tezuka, del verismo commovente e drammatico degli Tsuge, dei riferimenti a Mizuki Shigeru fino a convogliare a racconti illustrati ben più recenti che ricordano vicende al limite e di periferia come quelle raccontate da Francesco Cattani in Luna del mattino.

Storie estremamente reali nel substrato e fantascientifiche e lisergiche quanto basta a vista d’occhio quelle raccontate nel fumetto edito da Canicola vedono come protagonista un ragazzo come tanti, un figlio unico alla ricerca del proprio posto nel mondo asserragliato dai contesti e da un involucro spazio temporale che impone e inscatola, immagazzina e non esplode, ma piuttosto modella ambienti interiori di bellezza contrapposta all’angoscia. Un senso di disorientamento pervade lungo l’intera narrazione e il segno pulito, immediato dell’autore calabrese fa da contraltare ad un nervosismo di fondo che a tratti si intensifica attraverso scene di deflagrazione unica che con piglio cinematografico ci portano ad osservare l’universalità da diversi punti di vista, da diverse angolazioni.

Con questo fumetto Vincenzo Filosa si conferma essere l’unico rappresentante italiano di una radice emblematica che risiede a migliaia di chilometri di distanza pur mantenendo nel proprio intimo fatti e vicende prettamente interiorizzate in un’Italia alquanto, forse troppo, reale. Un sarcasmo ben ponderato lascia spazio aperto all’immaginazione coinvolgendo nel profondo grazie anche a citazioni musicali da sottoscala e attingendo dalla cultura pop di qualche decennio fa una via di fuga per assemblare, ricucire e ristabilire volontariamente un legame profondo con le proprie fondamenta in un cerchio chiamato vita che vede, con il tempo, l’inversione dei ruoli padre/figlio e la costante interiorizzazione di una strada da seguire.

Per info e per acquistare il fumetto:

http://www.canicola.net/figlio-unico/

 

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Augustine – Grief and Desire (Autoproduzione)

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Augustine all’anagrafe Sara Baggini riesce nell’intento di creare atmosfere surreali e sognanti capaci di penetrare nell’inconscio attraverso una musica soppesata a dovere e immedesimata nell’attimo da vivere in stanze bianche, in stanze spoglie dove le pareti acquisiscono realtà e comprensione, magnificenza e sostanza e lasciano la bellezza sovrapposta al giorno che verrà. Penetrare in questa musica è come inserirsi di soppiatto all’interno di un film di David Lynch, un suono che nasconde segreti, un suono che si immedesima come un crocevia di storie, di bisogni e di necessità condito da momenti in dissolvenza, momenti di disillusione continua che si fanno realtà tangibile proprio quando meno te lo aspetti. Pochi strumenti ad intessere trame, chitarre corali e leggere percussioni poi prendono il sopravvento e le canzoni acquisiscono ritmo per poi assuefarsi come marea all’andirivieni di un mondo in cambiamento. Quindici pezzi, davvero tanti, ma essenziali per comprendere trame, per comprendere un pensiero che va al di là di ogni, qualsivoglia, forma di musica precostituita.

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Casablanca – Pace, violenza o costume (VREC 232)

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Album potente e incontrollato che sente la necessità interiore di dare un senso sempre maggiore ad un rock che in Italia sembra essere scomparso, un disco monumentale, granitico e compresso a dovere che vede il ritorno dei due ex Deasonika Max Zanotti e Stefano Facchi coadiuvati dal basso di Giovanni Pinizzotto e dalle chitarre di Rosario Lo Monaco a intelaiare un lavoro strutturato che vede scorrere su diversi piani lo stoner con il rock più classicheggiante per abbracciare le introspettive aperture di band come Virgo, Mistonocivo pur concedendo sprazzi di cantautorato che di rimando ricorda la musica vibrante di Umberto Maria Giardini. Pace, violenza o costume sa essere consapevolmente una riflessione sui nostri tempi e sui nostri modi di interagire con la vita e con ciò che rimane in fondo al nulla. Il nuovo dei Casablanca sa scavare nelle profondità più misteriose del nostro inconscio, lo fa con la classe di chi non ha nulla da perdere, con la forza di chi, con costanza, apprende la lezione del tempo trasformandola in qualcosa di davvero unico.

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Livida – Io non ho paura (VREC233)

Io non ho paura by Livida

Rock che si intensifica ascolto dopo ascolto coadiuvato per l’occasione da testi diretti, maledettamente pop, di facile digeribilità, ma nel contempo di certo non scontati, intessuti da trame concentriche che rendono la prova dei Livida un incrocio tra passato e presente dove la maturità musicale si fonde con un qualcosa di immediato, urgente, non di circostanza, ma ricco di spunti che parlano di vita moderna, di vita vissuta, di amori che si consumano all’imbrunire di una sera qualsiasi. Io non ho paura è un album di per sé omogeneo, racchiude al proprio interno delle buone tracce che sanno in qualche modo emozionare e garantire un appeal con un pubblico che nell’urgenza del momento trova la propria valvola di  sfogo per parlare di quotidianità e di intensificazioni che via via approdano verso lidi di puro interesse musicale. Su tutte spicca il capolavoro Sette lacrime, summa forse di un album da far nostro ascolto dopo ascolto, in una speranza sprigionata nell’attimo appena trascorso.

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Five to ten – Stupid Now (VREC)

Stupid Now, il nuovo album dei Five to Ten di Silvia De Santis

Nuovo disco per i Five to ten, nuovo album edulcorato a dovere nella creazione di un pop ben studiato e arrangiato, ricco di contrasti amorevoli e contornato da una base ritmica e un pianoforte presente in tutte le tracce a scandire una voce emozionale, a dare un senso a voli pindarici garantiti da una bravura di fondo davvero interessante. La band, guidata da Silvia De Santis alla voce e già concorrente a The Voice con Piero Pelù è un insieme di dolcezza che rende i pezzi vividi, reali e tangibili, tutto si incastra a pennello in un’intersezione di architetture che aprono al singolo Right Thing fino a conglobare in pezzi come Maybe it’s stupid, Superhero, Wonderful o la finale You know. Un insieme di brani, un disco d’insieme che attraverso le piccole sfumature dona originalità composita alla proposta, un trio esplosivo in grado di osare e nel contempo di ponderare, attraverso equilibrature affascinanti, un genere forse già sentito, ma di certo accompagnato da uno stile unico e sicuramente personale.

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Gibilterra – Alcune piccole verità (Autoproduzione)

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Duo acustico impressionato dai paesaggi che si stagliano all’orizzonte pur raccontando di verità urbane che aleggiano nell’etere e scaldano al calore della scoperta, di un’emozione, del piacere di ritrovarsi a cantare ritornelli che non si dimenticano di certo ad un cambio di stagione. L’esordio dei Gibilterra è un album trasparente e soggettivo, un disco che si misura con l’ironia, ma anche con la calma e l’introspezione tipiche di un cantautorato che raccoglie spunti dalla scena romana, Niccolò Fabi su tutti. Cinque pezzi soltanto che sono impressioni e parlano di verità, quel termine interpretabile che trova in canzoni come i singoli Da domani torno in me e Maledetto un passaggio importante, un giusto ponte, un giusto punto di transizione con la scoperta personale, con il senso vissuto del nostro profondo vivere. I Gibilterra che per l’occasione sono coadiuvati dalla batteria di Andrea Beccaro e dal basso di Maurino Dellacqua concepiscono un Ep che lascia spazio all’interpretazione per canzoni magistralmente suonate e che non deluderanno di certo dal vivo.

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Public – Isole (Dischi Soviet Studio)

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Isole è il netto contrasto di un posto da occupare, di un posto da fare nostro intersecato da architetture geometriche e spigolose in grado di attraversare generi su generi, contaminazioni e valichi da affrontare in una musica che esplode in tutta la sua bellezza e noncuranza delle mode, ma che piuttosto ricerca un evidente grado di personalismo dopo anni di lunga attesa. I Public sono tornati, dopo quasi sette anni, con un disco impressionante dove il pop si fonde e confonde con il rock, il funk, il blues, in un approccio nervoso, immediato, diretto facendosi amare maggiormente dai predecessori e unendo alta capacità musicale con un assetto che assembla e scompone in un cut up emozionale capace di interagire con i singoli membri sino a creare qualcosa di originale, completo. Brani come Sciami, Apnea, Chiamami nel pieno della notte, Immagino, la finale Spopola sono solo alcuni pezzi del complicato puzzle che alla fine del disco si incastrano alla perfezione donandoci una visione d’insieme, un’immagine contrapposta in evoluzione che per la band veneta resta qualcosa di strepitoso e unico nel suo genere. Beraldo, già voce dei compianti North Pole, regala una timbrica coinvolgente, da assaporare soprattutto in chiave live creando saliscendi atmosferici e garantendo un risultato finale che rende Isole uno dei più bei dischi italiani usciti in questi ultimi anni. Impressionante.  


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Red Lines – Paisley (Autoproduzione)

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Sonorità d’oltreoceano in grado di mantenere il filo teso della bellezza dalla prima all’ultima canzone, una musica matura per certi versi che incrocia il pop elettronico a suoni psichedelici concentrando l’azione tra lo stupore che tutto questo sia stato creato da una coppia giovanissima di musicisti e il risultato certo di un complesso che nella sua pienezza possiamo analizzare dalla prima all’ultima fatica. Paisley è un album che suona maledettamente bene, gli echi di band come Alt-J, Radiohead, Florence and the machine sono evidenti e l’impressione di fondo, ad un primo ascolto, si raccorda all’interezza di sensazioni che canzoni come l’apertura Talk to me, la sognante Tomorrow, lo sdoganamento in Control III e la finale Together lasciano intendere, in saliscendi emozionali alternati a soffi di pienezza percepibili. Paisley è un album prezioso, il primo di tanti spero, un disco capace di trafiggere in profondità attraverso una voce sottile, un mood disinvolto che è alla ricerca di una propria personalità, ma che getta le basi giorno dopo giorno per sempre nuove soddisfazioni. Bravi.

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