Kadìma – Il giunto di càrdano (Autoproduzione)

Delay introspettivi in grado di mantenere una certa costanza di fondo nel ricreare in modo obbligato e rasente al suolo un costrutto emozionale che evapora pian piano e si lascia a suoni atmosferici in grado di far parlare di sè e permettendo al lavoro che avanza di interagire con una cultura musicale proiettata nell’abisso degli anni 2000 tra riferimenti più o meno accentuati dove su tutti spunta l’aurea mistica di band come Verdena ai tempi di Solo un grande sasso o di In Requiem per una proposta ricercata e ben suonata, una proposta che la band di Foggia sa contemplare e sa vivere tra l’onirico e il disilluso, il mondo in trasformazione e il tempo causa del nostro vivere dove le spruzzate corali di elettronica sono un utile pretesto per cercare nelle parole stesse un significato profondo di vita vera e vissuta, dall’intro abrasivo fino a Radis, passando per il singolone Bacio di Giuda i nostri si destreggiano in un universo in grado di garantire concretezza e poesia grazie ad una proposta volonterosa nel ricercare una propria strada da seguire.

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La Madonna di MezzaStrada – Crono (La Fame Dischi)

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Paesaggi sonori cupi che si aprono pian piano verso un cantautorato di stile eccentrico che amalgama la lezione del prog per intersecarsi in modo naturale con un folk condito da spruzzate lisergiche di assoli d’arco per un post rock dove le parole diventano poesia e dove l’affascinante uso di sintetizzatori e importanti passaggi cosmici da vita ad un excursus sul tempo e sulla sua molteplice ineluttabilità, toccando argomenti metafisici con la passione di chi, al terzo disco, ha tutte le carte in regola per rientrare in quella cerchia di band che sanno suonare, ma che sanno anche usare le parole.

Bellissima la traccia d’apertura Albero che via via apre la propria chioma in modo da far scoprire un paesaggio di colori che passano dal rosso al verde, toccando il blu e le moltitudini di necessità che guardano il cielo in Dirigibili e atterrano nella vita di tutti i giorni con Cesare per una compiutezza che ritroviamo nelle poche parole di Crono, outro visionario di pregevole effetto.

Un disco da scoprire che mi auguro sia un passaggio essenziale per una band che non ha mai smesso di cercare la propria strada tra le moltitudini di percorsi presenti, con coraggio e determinazione, con fame d’aria e parole nuove.

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Julie’s Haircut – Invocation and ritual dance of my demon twin (Rocket Recordings)

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Visione obliqua di un mondo ancestrale e compenetrante con chiare espressioni di tempo che si amalgamano intensamente a ristabilire forme sonore che attingono ispirazione da generi e mescolanze in un cerchio che continua di prepotenza la propria fase motrice e assapora in modo del tutto arcano rituali e invocazioni fino all’esplodere dolce della marea  soffocante.

I Julie’s Haircut sono tornati e in questo loro settimo album si abbandonano ad esplosioni sonore capaci di racchiudere la bellezza di una musica che coglie il respiro internazionale e prosegue la sua ricerca allargando gli orizzonti e gli eventi circostanti fino a conglobare l’insieme delle astrazioni cosmiche ottenute in un sodalizio che si fa naturale proseguimento del predecessore Ashram Equinox per spunti di difficile catalogazione, ma che seguono un percorso di post rock mescolato alla psichedelia lisergica e al cantato che lascia spazio alle visioni tormentate di un mondo in declino da Zukunft fino a Koan passando per quella Gathering Light, già singolo di presentazione e i voli pindarici di Deluge e Cycles a rafforzare l’idea di continuità e totale abbandono nei confronti di un bisogno di rappresentare il mondo in cui viviamo attraverso un canto lontano frastornato dalla potenza sonora di una musica sospesa.

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Pin Cushion Queen – Settings 3 (Autoproduzione)

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Siamo arrivati alla fine di un percorso caleidoscopico, di una trilogia in evoluzione, lontana anni luce dalle regole di mercato e pronta ad entrare nel mercato stesso per cambiarne regole e soprattutto punti di vista, lontano da mercificazioni e suadenti contratti, ma piuttosto vicino ad un originale percorso d’avventura musicale che prende il sopravvento grazie a forme desuete e sperimentazioni già narrate qui, su queste pagine virtuali e che ora volano verso un finale che è forse chiusura o forse spazio che si comprime, chiudendo in qualche modo il cerchio aperto e nel contempo osservando un buio sempre più presente con quegli occhi che hanno e che vedranno ancora tanto, da sfondi cinematografici a territori deserti il trio bolognese grazie a The Tunnel, l’articolata Backward Future e il finale lasciato a Wachosky si immola a dare un senso sempre maggiore alla proposta in questione, tendendo la mano all’infinito e abbandonando i pensieri a nuove scoperte future.

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-FUMETTO- Martoz – Remi Tot in La forchetta vibrante (MalEdizioni)

ArrayTitolo: Remi Tot in La forchetta vibrante

Autori: Martoz

Casa Editrice: MalEdizioni

Caratteristiche: brossura, 17 x 24, 48 pag, colore

Prezzo: 13,00

ISBN: 9788897483151

Continuano le peripezie squinternate del nostro Remi Tot in un sali scendi di contrasti metafisici e colorati che dominano, in modo surreale, l’idea di spazio tempo che solo a pensarci rende vertiginosa la salita lungo percorsi di vita che vedono il nostro James Bond disegnato da Picasso stesso alle prese con un viaggio da Otranto ad Otranto per parallelismi con la psichedelia degli anni ’60 e con finali alternativi in grado di spiazzare e rendere la proposta ancora più misteriosa e in parte interpretabile rispetto al precedente volume, oltrepassando il confine con la realtà e intensificando piuttosto il rapporto pragmatico e reale con la tangibilità degli eventi e di conseguenza con gli immancabili danni che il nostro protagonista riesce inevitabilmente e soprattutto volutamente a fare.

Martoz da vita ad un’avventura che vive di vita propria, un approccio più breve e nel contempo necessario del predecessore che ci permette di entrare, sfidando le leggi della fisica, nel mondo dello stuntman a fumetti più conosciuto e popolare del momento, attraverso le consuete tavole fatte da colori fantasmagorici e attraverso una linearità meno definita e più lasciata all’improvvisazione in sodalizi cosmici e avventurieri di un uomo proiettato nel suo futuro ipotetico attraverso una narrazione istintiva e destrutturata.

Destabilizzante quanto basta, questo fumetto edito dalla sempre presente MalEdizioni, ci lascia a finali aperti e pregni di quel tratto incisivo e nervoso che oramai è sinonimo di garanzia da parte dell’autore, un fumetto di significati che lascia posto a innumerevoli domande, ma che nel contempo basta soltanto sfogliare per comprenderne la grandiosità.

Per info e per acquistare il fumetto:

https://www.maledizioni.eu/IT/pages/detail/id/3/Catalogo.html

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Montauk – Vacanza/Gabbia (LABELLASCHEGGIA)

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Punk di risveglio post o pre estivo che a dir si voglia incentrato su vacanze e affini, dove la stretta morsa della gabbia routiniana attesta le difficoltà di far parte di una società di per sé malata e accentrata nei confronti di un filo occidentalismo che annienta i costumi, annienta la bellezza e nel suo senso profondo annienta le libertà in nome di un progresso a specchio, un progresso fotocopia che vede nell’omologazione un’ancora di salvezza presumibilmente certa.

Montauk è una spiaggia guarda caso, Montauk è anche la rabbia però nei confronti di questo sistema e in queste canzoni, tredici per l’esattezza, le parole si sciolgono al sole in un soft hardcore prudente mescolato ad un pizzico di cantautorato nella ricerca testuale immagazzinando pezzi che si susseguono rapidamente e legati da un filo rosso che porta l’ascoltatore ad aprire gli occhi nei confronti di ciò che fa più male.

Da Privata a La neve si passa con facilità da una situazione ad un’altra tenendo a fuoco però quella necessaria guerra quotidiana che ha per nemico un bagliore effimero di velata importanza ritrovato per l’occasione grazie ad una rivolta musicale che parte proprio dal prendere atto che alla fine tutto ciò che è tangibile dura solo un istante.

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Tre – Andrea Leone e Reverbero (Manzanera)

Realtà sulfurea in pub inglesi grondanti birra e acqua a fiumi lungo i vetri delle finestre trasparenti che donano lucentezza ad anfratti bui creando pensieri di abbandono e vite caratterizzate dalla continua lotta e ritrovamento di amori immaginati e addentrandosi in punta di piedi dentro ad una fiaba trasparente e vaporosa dove il migliore Dylan incrocia le inquietudini dei REM e dove la vibrante e mossa armonia di brani si sposa a pennello con la loro lentezza, la loro atmosfera, la loro capacità di dare vita ad un racconto nel racconto, per un percorso, quello di Andrea Leone, che arriva alla terza produzione; un percorso probabilmente molto intenso, perché intense sono le inquietudini che si respirano in questa cassetta autoprodotta in soli cinquanta esemplari. Sono le forme che prendono il sopravvento, sono le speranze e la bellezza, il buio che avanza e gli istanti di luce a completare un’esigenza di ritrovamento, quasi folgorante, pura ed esistenzialista da rendere il quadro proposto una mirabolante scelta di colori da preservare nel tempo.

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-LIVE REPORT- Non voglio che Clara + Iasevoli – Mame Club Padova – 13/01/17

Il Mame di Padova si trova nella prima periferia della città, un luogo molto accogliente con un cartellone ricco di proposte della scena indie italiana e non e con occhio attento e un gusto variegato nei confronti delle situazioni musicali attuali capace di accontentare, da quello che ho potuto vedere fin’ora, anche i palati più esigenti. Complice forse la temperatura esterna ieri sera il locale si presentava alquanto freddo, della serie senza cappotto la vedevo dura restarci dentro e forse un bel pentolone di brulè non sarebbe stato del tutto fuori luogo.

Ad aprire il concerto di ritrovo, in vista delle registrazioni del nuovo album del gruppo semi-bellunese Non voglio che Clara, Iasevoli, già recensito sulle pagine di Indiepercui (iasevoli – Bolero! (Lavorare Stanca) e per l’occasione accompagnato da sola chitarra-voce. Gianluigi Iasevoli è un’artista naif puro, un cantastorie di punk tascabile in cui la passione e l’interpretazione personalissima dei brani si sposa con l’esigenza di mettersi in gioco per cercare di comunicare sensazioni già apprezzate in toto nell’album di esordio Bolero, da Atlantico fino ad una creazione improvvisata di gelo e carezze notturne, passando per Un’estate distratta e Tigre del Bengala il nostro ne esce vittorioso intascando gli applausi sinceri di un pubblico attento e interessato.

Cambio palco e via i NVCC con le loro incursioni elettroniche per nuovi apporti che hanno saputo dare un diverso volto al progetto stesso trasformando l’approccio prettamente acustico degli inizi in un qualcosa di maggiormente destabilizzante mescolando una formula di indie rock e musica d’autore, incrociando chitarre pianoforte e sintetizzatori in ascensione e abbandonando quasi le parole stesse in un’esigenza di dare forma e colore alla musica di supporto, così essenziale e così magistralmente suonata da quattro musicisti che hanno saputo, nel tempo, dimostrare il proprio valore in molti altri progetti paralleli (Il teatro degli orrori, Public, Norman, Sara Loreni) e che stasera ritrovano conferma in un live particolarmente curato dove il suono ben differenziato colpisce come pugno allo stomaco in un divenire emozionale carico di quella premura che consola attraverso cavalcate post rock capaci di immagazzinare le poesie introspettive di Fabio De Min.

I NVCC si confermano pionieri di indiscussa classe ed eleganza, raccontando storie al limite, ma raccontando anche le storie nostre e dei giorni nostri dove l’amore è sostanza materica per il giorno che verrà e dove il vivere la calma di tutte le sere ci porta ad entrare in mondi in cui la scoperta del nostro essere interiore si confronta e si scontra inevitabilmente con l’altro ricordandoci che tante volte anche un cuore che si consuma è sempre un cuore.

SETLIST:

  1. IL TUO CARATTERE E IL MIO
  2. LA MAREGGIATA DEL ’66
  3.  LE ANITRE
  4. LO ZIO
  5. LA BONNE HEURE
  6. L’INCONSOLABILE
  7.  LE GUERRE
  8. L’ESCAMOTAGE
  9. GLI ANNI DELL’UNIVERSITA’
  10. LE MOGLI
  11. MALAMORE
  12. LA CACCIA
  13. CARY GRANT
  14. QUESTO LASCIATELO DIRE
  15. L’ESTATE
  16. LE ORE (della settimana)
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Desuite – Desuite Ep (Autoproduzione)

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Impianti sonori attrezzati e permissivi che non vengono incasellati in forme lineari, ma piuttosto si concentrano nel raccogliere vari pezzi di mondo sonoro aggrappandosi alla sfida di un rock elettrico ricercato e ambizioso, scavando nelle profondità dark e new wave degli anni ’80 per un duo, quello formato da Marco Grazzi voce dei Sinezamia e Claudio Mori batterista dei sopra citati fino al 2010, capace di consegnarci una prova composta da soli quattro brani abrasivi dove la presenza di Nunzio Bisogno alle tastiere, già con Il nero e Lef incrementa un valore aggiunto preponderante e di sicuro effetto, da Iceberg fino all’Ultimo respiro passando per Natura morta e Specchio i nostri dipingono a tinte forti un panorama amalgamato e stratificato dove il bisogno di gridare al mondo la propria presenza è tassello fondamentale per la riuscita di questo primo biglietto da visita da consegnare ai giorni che verranno.

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Malkomforto – Malkomforto (E’ un brutto posto dove vivere/Dischi decenti/Taxi Driver Records)

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Dentro al nuovo disco dei Malkomforto c’è la rabbia di un’intera generazione rigettata al suolo senza vincoli e ancore di salvezza, ci sono le grida e ci sono le ricerche nei testi che si assecondano con l’incedere di una musica diretta, senza fronzoli, mescolando l’inquietudine punk hardcore di gruppi come At the drive in, fino ai veneti Il buio passando per i Distillers in una musica che non concede spazi di respiro, ma piuttosto si ritrova immersa in un’onda chiamata vita che immagazzina la corrente e la risputa a ricoprire di acqua sulfurea le mode del momento con stile diretto e senza fronzoli, senza orpelli e arrivando a quel finale Senza Dio che probabilmente racchiude la summa di un pensiero di libertà da respirare e assaporare, lasciando in disparte l’innocenza del tempo perduto e proseguendo la strada dei ricordi in attimi di luce alternati alla notte di una camera oscura dove le fotografie di ciò che è stato completano il puzzle del nostro futuro migliore.

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