Cara Calma – Souvenir (Phonarchia Dischi/Cloudhead Records)

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Potenza intrisa di controllo cantautorale si affaccia ancora una volta nel panorama del rock nostrano con sferzate di energia ad intessere trame che riempiono di musica e di colori reali una proposta sempre fresca e attuale. Tornano i Cara Calma con un disco dal forte impatto scenico che non trascura i dettagli, ma piuttosto sa ingaggiare proprio con questi un tête-à-tête fatto di particolari e sulfureo bisogno di comunicare un proprio stato d’animo, una propria personale impressione. Souvenir è un ricordo impresso nelle istantanee del tempo, un ricordo che abbraccia un intero universo e sa cullare trasportandoti nel mare in tempesta di un andante mosso su cui sperare. Da singolo Rodica fino a Tu sei la guerra, passando per pezzi come Com’era per noi o Otto ore i nostri sanno concedere mantenendo le promesse, sanno incalzare quando necessario. I Cara Calma confezionano un disco davvero imponente nell’esaltazione del quotidiano, nel cercare un posto migliore da poter abitare. 


Il terzo istante – Estràneo (Phonarchia Dischi/The Orchard)

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Lavoro di cesello per un pop rock moderno ricco di arrangiamenti davvero sofisticati e originali che prendono spunto dalla migliore scena indie dei primi duemila per consegnarci un insieme di canzoni di rabbia discostante e di conquiste da realizzare. Il disco dei Il terzo istante racchiude al proprio interno segreti di puro lirismo cantato in italiano che affondano le proprie radici nella quotidianità vissuta, inglobando Benvegnù nel pezzo Materia Grigia e muovendosi in parallelo tra un Marco Parente più orecchiabile, un Umberto Maria Giardini ai tempi di Moltheni e un’insaziabile esigenza di racchiudere i Radiohead del periodo post OK Computer all’interno di brani smembrati e raccontati a dovere in tracce davvero emozionanti e di fondo necessarie. Estràneo è un disco che guarda al futuro pur rimanendo ancorato al passato, un bel disco di pop alternativo italiano capace di creare, con maestria esemplificata, micromondi dal sapore d’altri tempi. 


Progetto panico – Universo n.6 (DG Records/Phonarchia Dischi)

album Universo N.6 - Progetto Panico

Intrecci sonori contaminati che trasformano il cantautorato italiano in una versione tascabile di un punk pronto ad ammaliare grazie a ritmi e testi diretti che non ricercano l’ambizione di sfondare, ma piuttosto un veicolo di comunicazione efficace e simultaneo in parallelo a questa epoca disintegrata. Il disco dei Progetto panico mira la terra dallo spazio più disperso attraverso una dialettica che diventa concretezza quando si tratta di parlare di cose di tutti i giorni, di cose che non passano inosservate e fanno parte inevitabilmente del nostro venire al mondo. Universo n.6 è un potpourri di gemme e colori rinvigoriti per l’occasione e così intensi da arrovellarsi nelle contraddizioni di questa nostra vita. Prodotto da Alessandro Fiori, l’album della band di Spoleto è una contagiosa prova di coraggio che trasforma l’abitudine in qualcosa di nuovo e multiforme, in qualcosa di incredibilmente psichedelico nella sua varietà di genere più esposta. 


Quadrosonar – Fuga sul Pianeta Rosso (Phonarchia Dischi)

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Atmosfere elettroniche in dissolvenza che aprono a sincopate illusioni di una vita che non ci vuole e costringono l’ascoltatore umano a fare i conti con il cielo sopra di noi e magari con chi ci abita. La musica sperimentale dei Quadrosonar è un quadro progressive digitale carico di significato e facente parte di un trattato che esaustivo ci racconta consumandosi attraverso un’esplorazione galattica di mondi lontani, di pianeti che si fanno vicini solo se li guardiamo attraverso le lenti di un telescopio chiamato casa. Partire quindi per poi restare, combattere la vuotezza cosmica dei nostri giorni con una musica inquieta, buia, essenziale. Partenze che si fanno punti d’arrivo, esigenze di comunicare e bellezza da esplorare sempre e comunque ad ogni latitudine. Fuga sul Pianeta Rosso è prima di tutto una ricerca personale che attinge molto dalla scena internazionale, ma che affossa le proprie radici nei suoni di band che fanno della psichedelia contaminata mista alla musica degli anni ’80 un punto d’approdo costantemente in evoluzione e ricco di significati. 


Matteo Fiorino – Fosforo (Phonarchia Dischi)

Matteo Fiorino è un fuoriclasse sghembo che canta storto intessendo il non sense con un approccio goliardico e fiero pur rimanendo nel complesso dimesso e quasi esistenzialista. Il nuovo album prodotto da Nicola Baronti è un insieme di visioni naturali del nostro essere al mondo raccontate in modo del tutto originale e sicuramente personale, dove avvenimenti o esperienze vissute direttamente dal nostro, intrecciano il proprio procedere con un qualcosa di più frammentato e a tratti malinconico, strappando comunque sorrisi e bellezza che possiamo scoprire analizzando i testi. Impresa alquanto ardua in quanto il significato soggettivo del tutto concede la possibilità di dare interpretazioni personali che vanno oltre l’opinione diffusa e donano però al cantautore una nota di merito per il lavoro svolto e per l’attenzione dedicata ad una visione strampalata di tutto ciò che ci circonda. In realtà a Matteo Fiorino non frega niente di tutta questa complessità, piuttosto il nostro naviga i flutti della quotidianità partendo dal proprio essere e canzoni come l’apertura Gengis Khan, Madrigale, Canzone senza cuore o la stessa title track sono poesie emblematiche per comprendere ogni singola lucentezza estemporanea proposta.

Cara Calma – Sulle punte per sempre grandi (Cloudhead Records/Phonarchia Dischi)

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Incanalare energia oltre ogni aspettativa, contorcere mondi contrapposti, cielo, mare, fuoco, terra in esigenze che si fanno scoperta, esigono rilevanza in abissi dove tutto sembra sprofondare, dove tutto sembra non trovare pace. I Cara Calma fanno uscire dal cilindro della loro coscienza un disco portentoso che ricalca gli albori di band come Ministri o FASK, un album davvero sorprendente sotto molteplici punti di vista. Già dalle collaborazioni con artisti del calibro di Ambra Marie, Gianluca Bartolo di Il Pan del diavolo o Nicola Manzan di Bologna Violenta, possiamo comprendere l’importanza e la necessità di tanta forza di spirito incanalata in questi ed altri sogni a venire. Canzoni come Fango, Ci dicevano, Buoni propositi, Quello che mi rende normale e ancora Qualcosa di importante sono forse l’emblema di una band che si muove tra le età della vita prendendo coscienza di sé e delle illusioni che ci rendono adulti in un vortice di contorni che trova appiglio nella distorsione perenne di una realtà illusoria e vana, di una realtà che soprattutto in questo disco trova la giusta compressione, il giusto specchio di ciò che siamo.

Eugenio Rodondi – D’un tratto (Phonarchia Dischi)

Il nuovo di Rodondi è uno schiaffo alla realtà che ci circonda. In modo sghembo e stralunato il cantautore torinese raccoglie le vicissitudini del momento, il vivere quotidiano per programmare a tavolino una prova dal sapore dolce amore dove amori, disillusioni, coppie disturbate, appigli per un futuro migliore, sono alla base per questo disco che effettivamente ha il sapore di un tempo andato, abbandonando la poetica folky non sense dei cantautori odierni per arrivare al punto grazie a strati di verismo che si fondono e confondono con i fatti che ci circondano. D’un tratto è un insieme di poesie gridate alla luna, sussurrate al caldo tepore estivo, immagazzinate a dovere nella nostra memoria e cesellate fino ad ottenere un risultato che nel suo insieme nasconde qualcosa di speciale. Dai Beatles passando per Lucio Battisti fino a Buffalo Springfield il nostro intraprende un viaggio in una realtà capace di imbrigliare le relazioni, rilasciandole sotto forma di racconto e centellinando ogni singola parola.

Fiori di Hiroshima – Horror Reality (Phonarchia Dischi)

Paura compressa a dismisura che attanaglia e ci impedisce di vivere il momento, una paura che entra subdola nella nostra società e non esce, anzi si radica all’interno fino ad implodere in schegge impazzite che sono parte imprescindibile di ognuno di noi. I Fiori di Hiroshima analizzano il mondo che ci gira attorno, lo fanno dal lato oscuro della luna e non si accontentano di canzoni fine a se stesse, ma inglobano piuttosto un concetto che rende omogeneo l’intero lavoro, un lavoro fatto di passione, sudore, amore per la musica e soprattutto un’esigenza di andare oltre al già sentito in un’internazionalità di fondo davvero sorprendente. In Horror Reality ci sono elementi blues che si inerpicano su riff da scimmie artiche e consegnano un lavoro a tratti oscuro e a tratti smussato e tagliente. Pezzi come la title track, La terra dei mostri, Il mare o il delirio messaggistico finale di Output sono emblema di un bisogno nel denunciare un’oppressione costante, fino all’ultimo respiro, fino a quando il nostro incubo avrà fine, forse, un giorno.

Etruschi from Lakota – Giù la testa (Phonarchia Dischi)

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Citazionismo westerniano che si imprime all’interno delle corde pensanti di una band che sposa il blues con il rock per un suono davvero sensazionale e ricco di rimandi atmosferici e dove una voce graffiante e ben condita, tra un Gaetano e un Appino, amalgama racconti di vita e di passione che sembrano non voler concedere attimi di fiato. Gli Etruschi from Lakota sono tornati e grazie a questa prova snocciolano, come in un film, una serie di pezzi da colonna sonora atemporale, fuori da qualsiasi attimo che possiamo immaginare, quasi anacronistici, ma tendenti al futuro, in sodalizi maturi che nell’espressività del momento trovano un punto di fuga dalla realtà che li circonda e che li vede protagonisti. Canzoni come Eurocirco, Giù la testa o la finale, quasi inno generazionale Viva l’amore, non si dimenticano facilmente, anzi sostengono una struttura portante ricca di rimandi alla vita di tutti i giorni con un piglio di maturità e originalità capace di creare atmosfere uniche e di facile ascolto pur non rinunciando alla tecnica e all’architettura cangiante dell’intero disco. Giù la testa parla di rivoluzione e di rispetto, di occasioni da cogliere e di nuove possibilità, il tutto in chiave moderna e alquanto lontana dal precedente album segnando un percorso impattante per la stessa band e per le soddisfazioni che riserverà loro il futuro.

Please Diana – Esodo (Phonarchia Dischi)

C’è l’elemento naturale nel nuovo disco dei Please Diana, il correre avvolti dal vento nel prato lontano da casa, quel prato che ricorda in qualche modo l’infanzia, gli anni andati e forse sepolti, quel prato che è calore nel nostro vivere e carezza prima di addormentarsi, tra la notte e il giorno, il brusco risveglio e l’inizio della strada da fare, attraverso i labirinti della nostra mente, delle parole che sono gesti, che diventano elementi in grado di dipingere porzioni della nostra anima attraverso l’uso di disegni mentali ricreati per l’occasione nell’intento di convincere e di farsi largo utilizzando una poetica asciutta, introspettiva sì, ma non troppo tra i Marlene Kuntz e qualcosa che sa di Brit pop degli anni ’90, una fuga ideale per consegnare all’ascoltatore una prova dal forte fascino che si muove e si destreggia con efficaci trovate, dal Percorso iniziale fino a Felina per inglobare riuscitissimi pezzi come Pandora, Settembre o Eroi per far quadrare il cerchio ricreando, anche solo per un momento, l’effetto della brezza mattutina nel pieno dell’Autunno, con la consapevolezza che le soddisfazioni in vista, saranno ancora tante.