Sommossa – Autentica (Overdub Recordings)

Risultati immagini per sommossa autentica

Suoni dal profondo che eviscerano un rock capace di penetrare la carne e coinvolgere sapientemente passato e futuro in un sola band. I Sommossa creano una prova dal sapore ’90 condita da un alternative cantato in italiano davvero potente nella forma strutturale, nel lirismo e nella canzone raccolta. Dubbi e riflessioni su questa era post apocalittica vengono snocciolati a dovere. Pensieri in cui l’oscurità vince sulla luce e dove alternanze immaginate rendono Autentica una vera e propria prova di rock d’autore d’oltreoceano. Da Mark Lanegan ai compianti e conterranei della band Estra di Giulio Casale, i nostri intascano una prova pregna di significato che non si accontenta di apparire, ma scava fino alle radici della nostra anima per dare un senso pesato a parole che hanno il sapore della terra, il colore del tempo, di questo nostro tempo. I Sommossa incidono un disco corale cantando di questa società malata, cantando ancora del nostro vivere.


Tre Chiodi – Murmure (Overdub Recordings)

Dai suoni del corpo la speranza per comprenderci maggiormente in un solitario declino che muove verso orizzonti da scoprire e desideri da raggiungere, partendo proprio da quelle voci che sentiamo dentro, dalla carne che si sgretola e si ricompone, dal chiarore abissale di una comprensione che va aldilà delle singole mode e delle singole impressioni, Murmure è un disco stratificato e sostanzioso, pieno di riferimenti all’abbandono dell’anima, un album capace di penetrare con una formula inusuale, ma convincente, un rock alternativo implementato da una voce che non c’entra nulla, ma convince a dismisura, con testi che si affacciano al cantautorato più vissuto, in una costruzione di ideali che si affaccia direttamente alle storie di ogni giorno, a quella sostanza inquietante che si chiama vita e qui ben rappresentata in pezzi come Trago, Cuore, Vertebra e la finale Capelli; parti di corpo, parti di noi, parti di vittoria e parti di sconfitta in una prosecuzione naturale delle cose che vede nella bellezza della disfatta un motivo in più per crescere ancora.

Deathwood – …And if it were true? (OverdubRecordings)

Entrare nel bosco delle proprie paure e respirare la certezza che qualcosa succederà, tra l’ossigeno in decomposizione e il bisogno di correre, devastando tutto ciò che ci troviamo davanti o sotto i piedi nell’attesa di vedere una luce che mai arriverà, un corridoio, un antro color tempesta e temporale che travalica le nostre coscienze e si nutra della nostra voracità nell’essere umani.

Questo punk rock si fa racconto terrificante e sospeso, ricco di atmosfera e coinvolgente già in partenza, mitigato qua e là da sonorità già conosciute, ma capaci di penetrare in profondità come storia attorno al fuoco, come ricordo di fantasmi dentro di noi e ovviamente come fondo di verità, perché dentro ad ogni leggenda possiamo comprendere l’incomprensibile e questo ce lo spiegano i nostri Deathwood che per l’occasione registrano un disco che è esso stesso concept orrorifico carico di significato, che mescola vissuti personali con storie abruzzesi di altri giorni, ma che ritroviamo in questo disco sporco di punk rock scuola americana in un concentrato di narrazione ultraterrena sempre sopra le righe e ricco di sostanza.

Nove pezzi che attingono direttamente dall’immaginario horror targato anni ’80 condito da un punk ben lavorato e capace di dare un senso all’ascolto, capace di rendere la paura ancora tangibile; una colonna sonora per lo Scream del domani.

Dissidio – Thisorientamento (OverDubRecordings)

Atmosfere che si fanno incubo, che sono distese di cupezze oscurali e graffianti che coincidono con l’eclissi e frastagliano eleganti giornate in brutti sogni ad occhi aperti da assaporare, da maneggiare con cura e con estrema volontà affrontare giorno dopo giorno.

Canzoni intrise da poetica teatrale istrionica, maneggevolezza che esplode in un solo vacuo sospiro disilluso, fonte di saggezza e capacità di narrare che con rabbia e maestria colpisce al cuore e non se ne va tanto facilmente.

Il circo grottesco ad occhi aperti che ricalca una volontà fatta di immagini e racconti, pensieri disordinati che si apprestano in poco tempo a creare storie: gli Elettrofandango incontrano Il teatro degli Orrori per fondersi alla rumorosità dei Massimo Volume in un vortice post espressionista di dilagante apertura mentale.

Raccontare con rabbia un’Italia che non gira creando un senso di disorientamento che ci accomuna, che accomuna speranze e per intensità ci affoga come in un vortice, facendo morire tutto ciò in cui noi crediamo, perdendo la strada della ragione e rendendoci partecipi di un costrutto lento da assorbire e privo di punti fermi da cui incanalare nuova e più vigile vitalità.

Si parte con Ciao, Ciao parte 1 passando per le irriverenti ha ha ha e quel gusto per il teatrale sommerso in Pezzo di sfiga e Vetrina specchio in modo da condurci ancora una volta al senso di tutte le parole, al nostro io rapportato ad un mondo da superare.

Disco carico di personalità questo, che elargisce e non ci abbandona, ma ci accompagna, grazie a questa grande band, davanti a nuove sfide da affrontare, senza paura del vento, senza la paura di ciò che verrà.

A l’aube Fluorescente – Taking my youth (Overdub Recordings)

Prendi la mia giovinezza e scaraventala al suolo, immola grida di dolore verso ciò che non è più tuo e compi un gesto d’amore, verso chi ti teme, verso il caldo estivo, verso il piccolo che è dentro di te e che deve in qualche modo far parte di un qualcosa di più grande, di più sentito, verso territori lontani; nostalgici coinvolgimenti emotivi tra rock sognante per partenze cosmiche.

Gli Alaf segnano il cammino con questa nuova prova e lo fanno con un suono di tutto rispetto, mescolando sapientemente il post grunge e creando un alternative rock non forzato, ma che imbastisce trame sonore senza tempo, un estinguersi di gioia verso territori sconfinati, un infinito che si tocca con mano e rende la proposta un’eterogeneità complessa e non banale, dando prova ancora una volta della capacità intrinseca della band di creare in tutto e per tutto meraviglia.

Prendere la giovinezza è un inno generazionale che dentro di noi esplode come fosse materia incandescente, tra le divagazioni sonore di Wiser, passando per la linea d’ombra di The King of air castle e altalenando il tutto sino ad arrivare alla bellezza di Venetian Green Room.

Un disco che per approccio si coordina ad una nuova forma di metal melodico, tra sospiri senza tempo che sono anch’essi veicolo per territori da esplorare, alla ricerca di quel bambino, alla ricerca del caldo d’Agosto, alla ricerca di qualcosa che giace sotto la polvere nel nostro cuore e che ogni tanto avrebbe bisogno di una luce nuova.

Like a Paperplane – Unfolding Light (OverdubRecordings)

Cieli e spazi indefiniti che piovono miracoli di stelle lucenti da prendere e delicatamente custodire.

Aerei di carta che si innestano a coprire foglie di alberi spogli e sostanza, dove se ne trova, a rischiarar dalle nuvole e poi il sereno.

Abbondanza di post rock nel nuovo disco dei Like a Paperplane, che mira a costruire una trama sonora fitta ed efficace, capace di raggiungere profondità in bagliori di luce e possibilità di vita, vera, autentica.

Il primo full length è passione cosmica per l’indefinito e per quell’elettronica che fa da contorno a cavalcate sonore che si prestano ad abbozzare un paesaggio lunare pronto ad essere scoperto e assaporato.

Dieci tracce che tendono, nella loro interezza, alla perfezione, in quadro non del tutto definito, ma ricco di sostanziali e ipnotiche aspettative.

Bioscrape – Exp.ZeroOne (OverDub Recordings/Worm Hole Death)

Discesa negli inferi senza risalita, violente sberle in faccia che non sono di certo rassicuranti, per gli amanti del genere questa è roba che spacca, un incrocio di Brutal con il Metal e l’Hardcore a creare una commistione sonora tanto cara a chi, per scelta, decide di vivere una vita nel cocktail degli eccessi e della velocità.

Un mix quindi che non ha fine e che si prende il meglio contaminato per trasfromarlo, ricreandolo sapientemente in una profilassi sonora che non ha nulla da invidiare agli esterofili che sul piedistallo danno le indicazioni per creare questa e altra musica.

Un gruppo che certamente sa intrattenere al suon di pogo ammiratori della prima e ultima ora, intrecciando confusione mentale e ragionevoli eccessi capaci di stupire.

Una band  dal sapore internazionale che innesca la miccia della ribalta, calcando il palcoscenico in modo pesante tra linee ritmiche instancabili e urla strazianti color grigio cielo.

Warped – Intorno a me (OverDub Recordings)

http://image1.frequency.com/uri/w234_h132_ctrim_ll/_/item/1/4/5/5/Intorno_A_Me_Warped_145586762_thumbnail.jpgMascelle che si contorcono e distorte si assottigliano fino ad entrarti prepotentemente nella testa come fosse in un videogioco, quel videogioco a cui non riesci a rinunciare tanto ti coinvolge quanto ti ruba l’anima, i pensieri gli affetti.

I Warped non cercano mezze misure sono incavolati con tutto quello che li circonda e fanno del Nu Metal vecchia scuola la loro carta d’identità; un substrato di vissuti laceranti dove l’inizio non ha mai fine e i territori da invadere e scoprire si fanno sempre più larghi.

Un senso di tensione ti attanaglia e poi le parole sono snocciolate tutte d’un fiato quasi a comporre una lirica sonora che non ha mai fine.

10 pezzi cantati in italiano che rispecchiano la vita dei cinque ragazzi, 10 pezzi che, come vetri affilati ti misurano la pelle e la fanno diventare qualcosa di autentico e sensazionale: ascoltare per credere A Pugni chiusi o Fa male.

Un continuo reagire agli stimoli esterni, un continuo frapporsi di termini, come la nostra vita fosse un continuo ossimoro, dove il chiarore si affaccia al buio, dove il sole illumina la notte, a completare un percorso di istinti e passioni.

Fankaz – Burning leaves of empty fawns (OverDubRecordings)

La velocità fa bene, la velocità è pura delizia per un corpo che non riesce a controllarsi tante sono le incursioni sonore che si respirano e tante altre sono quelle che ancora non conosci e vorresti condividere in un mondo diverso da questo, più naturale dove l’armonia si coniuga in modo perfetto al fragoroso incedere di nuvole elettriche che non smettono di tuonare.

Fankaz è un po’ la medicina per i mali di stagione, ispirati da gruppi come Action Men, NoUseForAName e Sun Eats Hours, non però i convertiti sulla via di Damasco The Sun, ma i primi più sfuggevoli e vissuti, i nostri si concedono il privilegio di spaziare dal melodico e più classico hardcore fino a toccare attimi di brutal death tra sezioni ritmiche da cardioplama dove i fusti della batteria sono pronti ad incediarsi in un solo alto fuoco che si comprime al pensiero che tutto possa svanire da un momento all’altro.

Attimi di luce quindi in una foresta in cui la luce ci sfiora appena lasciando solo quel piccolo spiraglio per respirare e rendere tutto omogeneo in una continua disillusione.

14 tracce con echi di cori in lontananza, che in modo massiccio si fanno sentire e si fanno ascoltare; quella caparbietà che solo il pensiero più lontano può rendere vicino, quella grinta che poche band accomuna e che i Fankaz sanno sfruttare appieno nel semideserto di ogni giorno.

Un disco sicuramente da esportare che sarà presente anche nel mercato internazionale e che vedrà i nostri portabandiera di un’italianità svanita in molti campi, ma nello stesso tempo sarà anche portavoce di qulacosa di più grande.

 

Red Shelter – Nothing more…Nothing Less (OverDubRecordings)

Musica sbarazzina, pimpante, con quel tocco di brio che mai guasta alle produzioni nostrane che in questo caso si affacciano prepotentemente sul canale della manica per far valere le proprie capacità ed intascando ad ogni ascolto sogni di gloria e speranza.

La band nasce nel 2010 e dopo un periodo di classiche cover band si interroga sul da farsi e soprattutto sulla voglia di creare qualcosa assieme che vada ben oltre l’intrattenimento da stuzzichini facili.

Ecco allora che nasce Nothing more…nothing less: 10 tracce che ti fanno alzare lo sguardo al cielo e in modo spensierato ti concedono attimi di luce solare nella piovosa Primavera che ci appartiene.

Nonostante una cupa copertina, l’idea dominante si trova in quella lampadina che ricopre traiettorie che non sono sempre uguali, ma che si contendono la via giusta da seguire.

Questa strada, i nostri, la conoscono egregiamente e con pezzi degni del loro nome dall’inizio di Alone passando per Just a game e nel finale di Floating in my mind il suono si concentra in attimi di pura energia che si divincola dal già sentito per prendere una nuova e personale via.

Un disco pieno e vivo, ricco di quella vitalità che non ha nulla da invidiare a produzioni ben più costose ed internazionali. Complimenti.