-LIVE REPORT- Ermal Meta – Latteria Molloy – Brescia 04/11/16

Latteria Molloy, Brescia, 2016, posto stupefacente, un club molto ben congegnato che nel suo piccolo ha tutte le carte in regola per far da punto di riferimento, al nord, come spazio per eventi di una certa caratura, due piani, dove di sopra si mangia e strutturalmente è presente una grande apertura, che permette di vedere il palco direttamente dall’alto, con una vista per così dire aerea suggestiva e quasi essenziale per gustarsi del buon cibo e per i più fortunati, con il tavolo vicino al parapetto, di potersi guardare il concerto mangiando; ora direte voi, ma da quando in qua si guarda un concerto seduti mangiando se non stiamo parlando di un lounge bar da stuzzichini? Ecco qui c’è anche questa possibilità.

Dopo un momento, direi alquanto interessante, dedicato da Musica da bere, nell’intervistare i protagonisti della serata, sale sul palco la spalla di Ermal Meta, Andrea Amati, cantautore e soprattutto autore di testi per Nek, Annalisa, Irene Fornaciari, Marco Carta, il live set parte subito con un po’ di imbarazzo, visto che la chitarra sembra priva di segnale, ma il nostro emozionato si accorge di non aver alzato il volume dello strumento stesso; passata l’impasse generale, Andrea, accompagnato da un chitarrista, snocciola cinque pezzi puramente pop con testi non troppo incisivi, ma probabilmente apprezzati dalla stragrande maggioranza dei presenti in sala, il suono che ne esce tuttavia non risente di grandi imperfezioni e l’acustica del compagno è un’arma vincente a favore del risultato finale; riti di congedo e dopo il quarto d’ora canonico di cambio palco arriva l’ospite principale della serata.

Ermal è cresciuto e si vede, non solo in età, lo avevo lasciato ad un concerto con La fame di Camilla nel lontano 2011 all’Home Festival di Treviso, dimesso, introspettivo, una creatura che doveva ancora maturare, ma nel contempo con una forte capacità estrinseca di rendere il suo personaggio, già a Sanremo, al tempo, con Buio e Luce, un leader di una band in tutto e per tutto indie, tra sonorità impreziosite da un comparto tecnico molto valido ricordo e da un appeal che in qualche modo aveva stupito anche gli accorsi alla serata; suonavano tra Ministri e Verdena, non di certo gli ultimi arrivati in fatto di qualità della proposta e il gruppo pugliese riuscì a far parlare comunque di sé.

Il tempo passa e noi con lui, questa è la data 0 del tour Umano, i presenti, circa 300, hanno un’età abbastanza omogenea, adolescenti si, ma anche qualche signora attempata che alza la media, i suoni che escono dai cinque musicisti presenti sono alquanto strutturati, amalgamano molto bene la lezione dei Radiohead dei primi album, Pablo Honey e The Bends su tutti spruzzando qua e là manciate di elettronica campionata a valorizzare la proposta stessa che vede pian piano evolvere il concerto tra ritmi più sostenuti e momenti emozionali, Marco Skeggia Montanari sa il fatto suo e gli arpeggi e i delay che ritraggono paesaggi circostanti donano valore aggiunto alla composizione dei brani, ottimi quindi anche i suoni degli altri musicisti anche se almeno in un paio di occasioni la musicalità di base tende ad impastare il tutto a discapito della bella e incisiva voce di Ermal.

I successi scorrono uno dopo l’altro, nella scaletta appare anche una Street Spirit di oxfordiana memoria non eseguita, punti alti da raggiungere e mai completamenti vissuti fino in fondo, anche se tormentoni come Odio le favole, Buio e Luce, Bionda e Gravita con me non sono mancati a delineare un concerto elettrizzante e sicuramente preciso e riuscito, dal forte impatto emozionale; purtroppo ci sono stati anche momenti imbarazzanti, da ricordare la dichiarazione di matrimonio con tanto di canzone dedicata e lo strusciare delle ragazzine sul corpo di Ermal quando si è sollevato sulle transenne.

I tempi sono cambiati dicevo e me ne torno sicuramente a casa con un po’ di amaro in bocca, un tempo credevo che esistesse una band in grado di essere riconosciuta pop e nel contempo caratterizzata da una forte dose di personalità che poteva tranquillamente vedersela con qualsivoglia gruppo italiano di musica indie, alzando il tiro, donando il giusto apporto ad un panorama si saturo, ma anche bisognoso di un certo equilibrio, l’essere indie e l’essere pop, un grande dibattito, La Fame di Camilla era tutto questo, Ermal nell’intervista iniziale ha specificato che ora i giovani musicisti trovano il modo di partecipare ai talent cercando una scorciatoia per la via del successo, Ermal nel contempo non si accorge di alimentare questo tipo di mondo, scrivendo pezzi per coloro che escono proprio da quei talent, la qualità si è un po’ persa lungo il percorso in nome di quel qualcosa che ora ha le sembianze di una luce tropo accecante, troppo scintillante, perlomeno per me; io estremo ascoltatore dei più svariati generi musicali, ho bisogno di più pezzi come Lettera a mio padre, più buio, più oscurità, più vissuto, perché solo così ci si identifica, ritornare all’introspezione di Pensieri e Forme o di Ne Doren Tende, perché solo dalle cicatrici interiori puoi attaccarci le ali.

Setlist

  1. Umano
  2. Lettera a mio padre
  3. Volevo dirti
  4. Era una vita che ti stavo aspettando
  5. Pezzi di paradiso
  6. Odio le favole
  7. Gravita con me
  8. Come il sole a mezzanotte
  9. Crescere
  10. Buio e luce
  11. Big boy
  12. Un pezzo di cielo in più
  13. Giuda
  14. Il meglio che puoi dare
  15. Rivoluzione
  16. Schegge
  17. Bionda
  18. Straordinario
  19. Street Spirit (non eseguita)
  20. Una strada infinita
  21. A parte te

Noon – Noon (Autoproduzione)

Questo è un disco per fiori forti che stanno sbocciando, lasciando la neve al suolo per ricondurti a qualcosa di più vero, in stato emozionale, contorte visioni del futuro, li in mezzo ad un campo tra la terra e il sole, in mezzo a  quei fiori che stanno per crescere.

Sono i Noon e con questo primo ep ci fotografano all’interno di paesaggi nordici dove le incursioni sonore post rock cantate in italiano, si stagliano al suolo con reminiscenza affamate di Camilla che incontrano i milanesi Les Enfants per ricreare un mondo prima sommerso, quattro racconti di vita che si dipanano su ciò che ora non abbiamo più, su ciò che ancora è lontano, su quello che ancora speriamo di avere.

Titoli criptici citando i non lontani musicalmente Sigur Ros e trovandosi uno spazio vitale in cui vivere tra pop emozionale e rock in divenire cha fa di questo mini album un grande trampolino di lancio per soddisfazioni future.

Valdaro è citazionismo puro, è il Battisti che corre a fari spenti nella notte è annientamento delle aspirazioni, Scatola #1 racchiude un mondo quotidiano pieno di attimi e di paure, Cerbero è traghettare le anime all’inferno o forse ci siamo già? Chiude il disco Duluth con echi primordiali di poesia sussurrata che sia apre fragorosa nel finale.

Un disco dalle forti ambizioni che rende necessario un approfondimento per questa band, gruppo che  possiede tutte le carte in regola per entrare a pieno titolo nelle future migliori proposte della nostra penisola, coniugando la sofferenza con il divenire, l’introspezione con l’amore.