Vat Vat Vat – Vie (Manitalab/La Clinica Dischi/Believe)

album VIE - VAT VAT VAT

Suoni sintetici da galassie lontane che intercorrono in questa modernità in un suono pop che si avvicina ai Kaufman rendendo l’ignoto un po’ meno oscuro e cesellando di fino un bisogno essenziale che attraverso le canzoni proposte si trasforma in meravigliosa assuefazione contagiosa e caratterizzata da ritornelli e melodie popolari affascinanti e composite. Il disco dei Vat Vat Vat rende l’idea di fondo complessa e misteriosa, carica di significato e permane in un album fatto di momenti carichi e altri un po’ più introspettivi, portanti e di sicuro effetto, emancipati a dovere e ricchi di quel bisogno di comunicare che rende importante anche un solo ascolto nella comprensione di queste geometrie esistenziali. Apice di assoluta bellezza la finale Via di fuga, senza dimenticare pezzi come l’apertura affidata a Orchidee, Comunicare o Quello che vuoi a ribadire concetti di puro intrattenimento sonoro che si sposano con la poesia in musica, con la vita e con la via da seguire, con quello che portiamo dentro , con quello che ci rende simili e nel contempo con quello che ci rende alquanto diversi, ma incredibilmente vicini. 


Magasin du café – Landscape (HK-Media/Believe)

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Abili musicisti capaci di ricoprire substrati musicali attraverso architetture di puro impatto sonoro che evidenziano la bellezza di pezzi che pescano nel repertorio dei grandi della musica classica e contemporanea in sodalizi rivisitati davvero eccezionali e d’intrattenimento esplosivo. Un disco fatto di quattordici pezzi dove otto sono gli inediti della band per canzoni in divagazioni sostanziali che sembrano accompagnare le orecchie dell’ascoltatore attraverso mondi lontanissimi, attraverso mondi infiniti che parlano un linguaggio di facile appeal e soprattutto portante per emozioni perennemente in divenire. Landscape è un quadro di un paesaggio che si immedesima con l’interno del nostro vivere, è la circostanza che di getto trasforma Allievi, Borra, Santoru, Floris in un quartetto esplosivo capace di creare con l’abilità delle mani qualsivoglia atmosfera dello scibile umano, per un disco che nella sua poetica di fondo racchiude all’interno una bellezza più unica che rara.  


The Sonora – The Sonora (Believe)

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Suoni compressi e rock dove la rabbia segna l’abbandono e conquista lidi di inoppugnabile qualità e si fa largo attraverso canzoni scritte in un lasso di tempo lunghissimo. Più di dieci anni di passioni e ammirazione per una musica senza confini e capace di entrare nelle corde di chi ascolta attraverso un facile appeal caratterizzato da ritornelli contagiosi e da un buon gusto pop mai edulcorato. L’omonimo dei The Sonora è un album che parla di quotidianità attraverso la qualità delle canzoni proposte, niente di trascendentale certo, ma un buon pop rock eterogeneo a dovere che si sofferma sulla diversità dei brani e ci consente di entrare in un mondo intimo fatto di sogni infranti e desiderio di rivalsa nei confronti di ciò che non va bene con la speranza che qualcosa prima o poi possa cambiare. I The Sonora partono da qui per identificarsi come fautori del cambiamento, dall’iniziale potenza di Rub it fino a Coming Storm i nostri lanciano segni di presagio e stabiliscono un equilibrio importante nella ricerca continua della perfetta canzone da stadio. 


Le donne di Magliano – Donne che cantano le donne (Believe)

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Donne che cantano canzoni popolari in un progetto d’insieme che va oltre le implicazioni di genere, donne che si ritrovano per unire quel filo comune tessuto tra passato e presente, un suono d’amore per la propria terra e per le proprie radici, guardando però il tutto con prospettiva interiore che apre a nuove soluzioni, a nuovi spunti per questa odierna società. Le donne di Magliano uniscono mondi apparentemente lontani, generazioni a confronto, donne dai dieci ai settant’anni che, attraverso uno spirito comune, ridonano identità ad una terra riscoperta tra le mura di un borgo medioevale in Toscana, tra la pietra, i sassi, il grano e la natura a riscoprire pezzi di se stesse stampate su di un cielo infinito. Donne che cantano le donne è un laboratorio di musica popolare, è un qualcosa di più che il semplice trovarsi, è piuttosto il ristabilire atmosfere identitarie parlando con il linguaggio di un tempo perduto, un linguaggio semplice ma carico di bellezza da percepire verso dopo verso, stornello su stornello. 


 

Carmelo Amenta – L’arte dell’autodistruzione (Altipiani/BarbieNojaRecordings/Audioglobe/Believe)

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Lettere d’amore mai spedite e lacerate al suolo della modernità per una musica viscerale consumata nell’attimo appena trascorso e intrisa di significati e atmosfere dark, oscure che rimandano ad una new wave post ’80 e affacciata vigorosamente a suoni che abbracciano i Marlene Kuntz dell’ultimo periodo dove le poesie in dissoluzione si sposavano con suoni arpeggiati, incalzanti e a tratti distorti ed esplosivi. Il nuovo di Carmelo Amenta è un pugno allo stomaco, un grido d’amore sofferto che si consuma nell’attimo dell’attesa, nel momento in cui non esiste più nessuna certezza per il domani. Una musica d’insieme capace di incanalarsi nelle sofferenze di chi non riesce più ad alzarsi, di chi non ha più la forza per combattere. Fuori da ogni accozzaglia di progetto ammiccante L’arte dell’autodistruzione è per primo bisogno essenziale nell’avere, ancora una volta, con sempre maggiore necessità in Italia, dischi di questo livello. Soffuse ricerche, sperimentazioni ambigue, bellezza oscura esplosa, inadatta ad ottenere il risultato sperato, ma piena di quella linfa vitale che rende ancora unico il ricordo di una musica di grande qualità. 


RAFT – Fuoricorso (Believe)

Album che parte con il piede giusto per cercare una propria via da seguire pur conoscendo le insidie e le difficoltà di una tipologia musicale abusata e che soprattutto ai giorni nostri è possibilità immediata per fare colpo alzando in alto la bandiera dell’originalità. Di originalità però in questo disco non si parla, piuttosto si cerca, attraverso suoni moderni, di comunicare un pensiero, un’opinione che interagisca con la quotidianità e con ciò che ci troviamo ad affrontare, un grido silenzioso che spazza le consuetudini con un suono aperto che trova nella comunione del rap, del funk e del pop un punto da seguire, un bisogno essenziale di spiegare il mondo dei giovani da una finestra nuova, da una nuova dimensione. L’universo raccontato dai RAFT è una terra che corre alla velocità della luce, un terra in dissolvenza che si domanda e che ricerca, un mondo carico di pensieri e di abitudini conformate da rimpiazzare con qualcosa di vero, di duraturo, oltre l’abuso tecnologico, oltre l’abuso del pensiero condiviso. 


Cartabianca – Finalmente (Believe)

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Cantautorato dall’approccio punk che se ne frega delle mode odierne per instaurare con l’ascoltatore un rapporto che vede nel rock d’annata il punto di svolta, il ponte capace di unire passato e futuro, non disdegnando di certo le convinzioni e i ritornelli maledettamente pop, pur mantenendo di fondo un’anima, un pensiero, un modo di intendere il mondo, di costruirlo e in qualche modo di capirne vizi e virtù. I Cartabianca sono tornati con un disco affilato, un modo di unire le contrapposizioni, gli ossimori, intrappolando nella rete della quotidianità racconti che si fanno portavoce degli ultimi del nostro universo o del loro e di chi magari viene dimenticato attraverso un suono a tratti viscerale e a tratti dolce e cullante, ma senza tralasciare di mostrare, attraverso gli specchi della realtà, la natura distorta dell’uomo, la natura contrapposta dei protagonisti di queste canzoni. Pezzi come Cazzate anni settanta, L’altra storia, Principe rosa, Melina, Tetti sono l’esemplificazione di una prova che segue inevitabile la propria corrente, il proprio credo personale e questo al momento basta. 


Audiosfera – Ogni cosa al suo posto (Believe)

Album d’esordio per gli Audiosfera, canzoni che si inerpicano in un cantato poetico alla Marlene Kuntz per esplodere in potenza controllata attraverso le energie di un’elettrica che si dilata e cosparge al suolo pezzi di luce inebriante. Gli Audiosfera nella loro semplicità testuale riescono nell’intento di dare voce ad uno spaccato quotidiano dal sapore malinconico e sfuggevole grazie all’attenzione per gli arrangiamenti e grazie anche ad uso poetico delle parole che in qualche modo apre alla possibilità di far respirare concetti costruendo piccole architetture che ben si comprendono in pezzi come Ogni Cosa, Zoe, Ago nel cuore o Tempesta fino a conglobare in quel finale lasciato a La vita che vorrei capace di consumare come fiamma accesa quello che resta di noi. Ogni cosa al suo posto è un atto d’amore verso ciò che ci circonda, una ricerca di un appiglio, lassù tra gli apici del mondo da dove poter guardare con occhi nuovi una realtà che a volte comprime e a volte ci cancella, un insieme di canzoni pop curate che non passano di certo inosservate.

Volwo – Dieci viaggi veloci (Viceversa Records/Believe/Audioglobe)

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Pasquale De Fina riporta in vita il progetto Volwo dopo la parentesi Atleticodefina attraverso un disco che si dipana grazie ad una musica d’autore di ricerca sperimentale che non strizza l’occhio alla facile melodia, ma piuttosto instaura rapporti con il proprio essere e con il proprio credo interiore. Pasquale non ha bisogno di molte presentazioni, la sua carriera artistica rientra tra le più importanti della musica indipendente italiana pur rimanendo fedele ad un certo tipo di pensiero, un modo di pensare al suono come veicolo di sentimenti e stati d’animo che vanno oltre le trovate commerciali del momento instaurando un rapporto diretto con lo stesso ascoltatore che si trova immedesimato in contesti di vita disegnati e dipinti ad arte, tagliando e cucendo l’abito più adatto a noi e facendoci scoprire, ascolto dopo ascolto, sfumature sempre nuove e in evoluzione. Per accostamenti Dieci viaggi veloci lo si può paragonare a quel Plancton disturbante di Alessandro Fiori, anche se qui l’elettronica non è evidente anzi, il senso acustico del tutto fa trasparire maggiormente punti d’interesse e stati d’animo tra gli strati e le architetture delle canzoni proposte. Piccoli camei come le presenze di Luca Gemma, Paolo Benvegnù, Rachele Bastreghi, Ylenia Lucisano impreziosiscono la caratura dell’album in un vortice di sentimenti che si fanno punti d’incontro e di partenza, andate e ritorni, passando comunque per quel qualcosa che chiamiamo cuore che è al tempo stesso vita e morte, passione celata e capacità unica di arricchire.

Family Business – Family Weakness (Believe)

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Incrociatori pop per un duo liquido fatto di pelle e sudore, coppia sul palco e coppia nella vita, buskers per scelta e musicisti per esigenza che sapientemente raccolgono l’eredità dei suoni popolari, quelli un po’ammiccanti con ritornelli che si fanno ricordare per consegnarci una prova finanziata attraverso la piattaforma Music Raiser, una prova di sostanza dove non ci sono sbavature e i pezzi presenti sono la summa interiore di un pensiero che affronta la vita a testa alta. Registrato, mixato e masterizzato al Fusix Studio di Andrea Fusini, il disco dei Family Business suono di per sé molto internazionale con piglio deciso e voce graffiante non si limita a scopiazzare qualcosa di già sentito, ma piuttosto l’energia che traspare dalla prova stessa è veicolo per dare forma a concetti che si fanno portatori di vastità da incamerare e dove tutto è al proprio posto tra il folk e lo gipsy, passando per il già citato pop, tra il partire e il tornare e tutto il mondo all’interno da scoprire in sodalizi che non si pongono una fine, ma piuttosto ricercano costantemente un inizio da cui partire.