Youvoid – Aware (IRMA Records)

Trip hop essenziale che si spoglia di tutti gli orpelli per arrivare giusto giusto all’essenza di una musica d’atmosfera, attirata da forti riferimenti di concetto e esibita in maniera lucente, quasi commovente, che ricopre lo spazio di tempo tra la terra e altre dimensioni possibili e luoghi inesplorati.

Ascoltare gli Youvoid fa ricordare gli elementi compositi di gruppi come Amycanbe e le geometrie canore di Francesca Amati, per passare poi ad un post rock che incrocia sonorità ben più care al Badalamenti e la sua collaborazione con Julee Cruise in un’attenzione maniacale al particolare che sa di internazionalità mai conclamata, ma tesa a creare una struttura elettronica di sospiri alternando le voci puntuali e morbidamente incisive di Lydia Pisani e Fabio Rossi; un calcolo mentale di luoghi vicini al nostro cuore.

Ecco allora che la poesia sonora acquista significato, gruppi di particelle si immedesimano in un mondo da ricreare, un mondo fatto di sogni ad occhi aperti e di circuiti neuronali da ristabilire per abbandonare vecchi ideali e abbracciare qualcosa di più grande che in qualche modo ricorda la nostra casa.

Armaud – How to erase a plot (Lady Sometimes Records)

Un mondo sott’acqua intriso di mistero, capacità onirica che si dissolve nella pioggia e crea un legame con il mondo in cui viviamo, scoprendo la parte più fragile di noi, introspezione sonora che è a capo di un concetto, il fotografare  il momento, quel momento che non tornerà.

Loro sono gli Armaud e il tutto ruota attorno alla voce leggera e sospesa di Paola Fecarotta, coadiuvata nell’impresa da Marco Bonini alla chitarra e drum machine e da Federico Leo alla batteria; una musica che proviene da lontano, che alle volte si scontra con gli scogli della vita e ci rende partecipi di un’immagine non precostituita, ma in continuo e perpetuo cambiamento.

A livello musicale la voce di Paola incrocia gli Amycanbe e i Portishead passando per musicalità nordiche che segnano i passi sulla neve, lasciano impronte indelebili e analizzano la possibilità di distendersi verso un dream pop d’oltreoceano che ricorda a tratti i Blonde Redhead.

11 canzoni di puro gusto malinconico ben riuscito, partendo con Him, passando per Spoiler e chiudendo il finale cosmico di May; un disco da assaporare nelle giornate torrenziali, dove i respiri condensano i vetri e dove gli attimi della nostra vita, possono fermarsi, ancora, per sempre.

Ophiuco – Hybrid (SeaHorse Recordings)

Elettronica di grande respiro che si apre a territori inesplorati lasciando spazio ad una capacità espressiva fuori dal comune che da internazionalità alla proposta e abbraccia per certi versi le incursioni sonore di Lali Puna, Massive Attack e i nostri Amycanbe in contesti di sovrastrutture eleganti e mai scontate capaci di dare profondità ad una musica che non sembra facile ad un primo ascolto e dove la forma canzone è delineata a poco a poco quasi a volersi svelare in tempi delicati lasciati al tempo.

I nostri Ophiuco provengono da Varese e concepiscono il loro Ibrido in formato fisico per l’etichetta del cavalluccio marino sempre attenta a spaziare in territori diversi e sempre nuovi garantendo un’offerta nella proposta varia e incisiva.

Dieci pezzi che sono la trasposizione di ciò che si vede camminando nell’oscurità, un viaggio cosmico che abbandona l’essenzialità per mettere in atto, dar vita, ad una macchina con i sentimenti, quelli veri, che trasportano il buio in una dimensione terrena capace di raccontare e raccontarsi.

Il cammino si apre con Desert per chiudere il cerchio con Game Machine, un gesto di percezione che ingloba un pensiero circolare e ammaliante, un grigio accecante dentro ad un contesto che ci rende sempre più vivi, sempre più leggeri e pronti ad accettare qualcosa che va oltre le nostre capacità sensoriali; questi sono gli Ophiuco: elettronica soppesata per canzoni ad effetto che permangono nel tempo.

The dark side of the Wolf – Amycanbe – Laboratorio I’M Abano Terme 25/04/15

Ero un cantautore, giovane e spensierato…così posso iniziare questo live report, si perché ricordo di una piattaforma che si chiamava Myspace, dove ognuno di Noi poteva caricare le canzoni e sperare che qualche buon’anima le ascoltasse, quello che facevo, alla ricerca di fonti d’ispirazione, collegamenti, possibilità di interagire con chi la musica la faceva già da prima di me e aveva la possibilità di insegnarmi, stupirmi, meravigliarmi.

C’era un gruppo, fra gli altri, che mi aveva colpito: un’immagine del profilo dai toni blu scuro, un palco e una band, dal soffitto scendevano degli enormi origami e questo bastava per creare anche solo per un momento la magia, la voglia di progettare un palco come il loro, il desiderio di scoprire di più.

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Passa il tempo e la band acquisisce una notevole importanza nel panorama indie italiano e non, tanto da poter vantare collaborazioni con produttori internazionali di grande fama e apparire in raccolte musicali di mezzo mondo: la band per eccellenza nostrana dal suono più internazionale, la band che sa mescolare l’elettronica dei Lali Puna alle dispersioni in solitutidine tra le vette del bimbo A dei Radiohead passando per l’atmosfera di Bon Iver e l’essenzialità emotiva di un post rock che tocca cavalcate islandesi tra i ghiacciai di Jonsi e della sua band.

Amycanbe ad Abano Terme, Laboratorio I’M, 25 Aprile 2015.

Un’oretta di strada che mi separa, io che vivo nell’alto vicentino, non posso farmi scappare un’occasione così importante anche perché se non si fa strada in Italia per ascoltare questi gruppi per chi mai si dovrebbe fare? Martina è emozionata quanto me e la serata si preannuncia alquanto positiva.

Arriviamo, il Laboratorio I’M, è un posto strafigo, arredato con oggetti e mobili eco sostenibili e di riciclo costruiti dai ragazzi che lo utilizzano anche come ambiente di co-working in un’ottica di condivisione dei saperi e rispetto per l’ambiente. Locale di grandi dimensioni per la zona e ben frequentato (a Vicenza non abbiamo nulla del genere) che ambisce ad essere un punto di riferimento alternativo per passare le serate del fine settimana.

Ore 23.00 o poco più, salgono sul palco gli Amycanbe, Francesca già Comaneci, Marco e i due Mattia, tra sintetizzattori e batteria acustica contaminata dall’elettronica a infondere un nuovo senso, un nuovo corso al tutto per la presentazione del nuovo album Wolf / Flow.

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Si perché la parte oscura del flusso si traduce nel lupo e viceversa, alla ricerca di un contatto costante con la natura, con la vita di tutti i giorni e con la delicatezza introspettiva che ammalia come luce.

Francesca timida come sempre, ma allo stesso tempo capace di raccontare e raccontarsi tra movenze robotiche e movimenti circolari, stoppati dall’incedere della batteria e carichi di ammaliante suggestione post rock in accenti e fraseggi che sono immagine onirica per i nostri occhi.

DSC_5966Le canzoni scorrono egregie e il suono creato ha la capacità di conquistare un pubblico attento e partecipe, si parte con I Pay, seconda traccia del nuovo disco e via via si avvicendano, come fiume in piena, 5, Grano le passate Tell Me, la sempre meravigliosa Your Own Thing per ritornare alla perla sonora Bring back the grace e inesorabilmente fare un salto indietro nel tempo con Please e White Slide il tutto convincendo e aggrazziando un muro sonoro che vede i quattro polistrumentisti destreggiarsi tra cambi non conclamati, ma estremamente convincenti. Where From è pura poesia, tra i ritmi di Febbraio e il tormentone Everywhere per concedersi in un falso finale con l’intensa e combattente Fighting.

I bis sono affidati a Queens, Buffalo presente in coda a Mountain Whales e l’attesa Rose is a rose a segnare l’infinita associazione delle cose alle emozioni in un flusso che non sembra finire.

Il lupo, il flusso, la parte oscura della luna, il ritorno e l’oscurità, la tenerezza dei sorrisi e la sincerità di chi la musica prima di tutto la ama, la vive e la sente colonna sonora quotidiana imprescindibile, fuori dai luoghi comuni, in una ricerca carica di significati, alle volte misteriosi, nascosti e celati, forse dal sogno, dalla nostra paura di svegliarci, dal desiderio di vivere ad occhi aperti tutto questo e se il nostro volere è divenuto eterno divenire è anche grazie agli Amycanbe.

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AMYCANBE – Wolf (Open Productions)

Lo vedi da lontano e subito ti fa paura, lo intuisci appena tra le distese di neve che si confondono in parte con le nuvole del cielo. Ti avvicini lentamente e scopri che l’animale che ti sta guardando è impaurito come te, ma emana bellezza, quella bellezza a cui non sai rinunciare, avvicinandoti puoi vederlo negli occhi e capirlo profondamente, un lupo selvaggio che ha bisogno di essere compreso.

Questa è la sensazione che si ha al primo ascolto di Wolf nuovo disco degli AMYCANBE, un passare tra terre desolate in cerca di creature meravigliose tra sali scendi emozionali che incantano per eterea bellezza e si fanno portatori di un suono internazionale da classifica che non sfigurerebbe in qualsivoglia colonna sonora di film introspettivo.

Si perché quello che i quattro di Ravenna compiono è un viaggio dentro a Noi stessi, scavando profondità e cercando fiori rari su manti innevati, colpiti dal colore, colpiti dalla grandiosa solitudine che ti ammanta come un velo di calore in inverno.

Inutili le presentazioni perché i nostri godono di un grande rispetto all’estero, tra collaborazioni con musicisti e producers inglesi e americani come la presenza, anche in questo disco, di Mark Plati al missaggio, conosciuto per i suoi lavori con Bowie, Prince, The Cure…

Incrociatori sonori tra Bat For Lashes e l’elettronica di Air, passando per Bon Iver e James Blake, che partono per territori inesplorati e convincono a dismisura, pezzi di Comaneci in Wolves, arrangiata chitarristicamente da Glauco Salvo che con Francesca Amati condivide il parallelo progetto acustico, si stagliano al suolo immacolando capacità espressive fuori dal comune per una band italiana che ha il sapore dell’oltreoceano, quasi a confondersi a dismisura.

Un’opera quindi che si congela e si mantiene nel tempo, tra pezzi memorabili come Fighting e 5 is the number passando per Bring back the grace e Febbraio a stabilire una realtà priva di confini, essenziale e matura; si perché questo è un disco pieno di maturità, capace di affrontare la musica da un altro punto di vista e questi ragazzi meritano di essere consacrati parte di un’Italia musicale, parte di un tutto che li vede protagonisti, come quel lupo che tutti temono, ma che se visto da vicino da la forza di sperare.