Davide Diva – Piccolo album colorato (Costello’s Records)

Piccolo Album Colorato | Davide Diva

Album copertinato in bianco e nero che racchiude al proprio interno pezzi di strada colorati che abbandonano i facili cliché e trasportano emozioni attraverso l’uso della parola in un EP d’esordio che nasconde numerose sorprese. Davide Diva ci consegna un dischetto che guarda al futuro utilizzando un linguaggio fresco e in costante divenire, un linguaggio che si affaccia al presente senza la nostalgia del cantautorato passato, ma piuttosto instaurando con l’ascoltatore un rapporto di simbiosi con il mondo in cambiamento, con il mondo circostante. Ecco allora che si sciolgono in un attimo pezzi come Flash, Einstein, Luna per una musica d’insieme fresca e nel contempo impegnata a conquistare un risultato in divenire che fa ben sperare.


La ragazza dello Sputnik – Kiku (Osteria Futurista/Murato Records/Costello’s)

album Kiku La ragazza dello Sputnik

Melodie accattivanti, concentriche e in loop costante sostenute da un’idea, da un concetto che guarda alla rinascita interiore attraverso un punto di contatto con quello che ci portiamo dentro. Elettronica, indie, prospettive passate, prospettive future, il tutto condensato da un’importante produzione e una solida impalcatura dove l’indipendente italiano modaiolo incontra un necessario risvolto personale grazie alle capacità intrinseche di una cantautrice che riesce a scavare nelle parti più oscure della propria anima. La ragazza dello Sputnik ci regala sette pezzi che sono piccole poesie metropolitane che guardano alla quotidianità con desiderio sincero di comprendere i meccanismi che la regolano. Kiku, in giapponese crisantemo, si fa concentrato emozionale di ricerca stilistica che diventa tangibile in pezzi come In riva al male, Psicofarmaci, Mantide, 27, per un suono che si apre costantemente verso nuovi orizzonti. Bella l’idea di allegare un foglio di carta che racchiude tra la grammatura, all’interno della trama, dei semi da piantare. Un ulteriore simbolo di nuova vita. Un viaggio che ricomincia da qui.


Ciulla – Canzoni dal quarto piano (Peermusic/Costello’s/Black Candy Records)

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Introspezioni da appartamento che sfociano all’interno di camerette poco illuminate e si imprimono attraverso la penna poetica di un cantautore che riesce a creare atmosfere contemporanee pur attingendo il proprio stile, il proprio modo di scrivere nel calamaio dei grandi del passato. Canzoni dal quarto piano è un disco elegante, contrassegnato da una vena d’autore in grado di attraversare gli anni pur concentrando l’attenzione nella malinconia della contemporaneità. Difficoltà dei rapporti, amori andati a male, sogni infranti e speranze da raggiungere sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono Ciulla, cantautore livornese che in questo insieme di canzoni concentra un senso claustrofobico che esplode in bisogno di sedimentare e uscire, pezzo su pezzo, traccia dopo traccia. Stupidi argomenti apre le danze e via via si passa, tra le altre, alle solitarie Venitisette anni, Il mio covo e alla chiusura affidata a Orsetto blu. Canzoni dal quarto piano è un disco intimo, un diario di vita, un’istantanea di un viaggio capace di raccontare e raccontarsi tra sfoghi personali ed esigenze da raggiungere.


Circlelight – Ties and struts (Costello’s)

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Ambientazioni da montagne legnose attraversano la terra d’Albione intensificando con l’ascoltatore rapporti e visioni chiare perseguibili all’interno di un mondo sospeso, un mondo in dissoluzione perenne che nella ricercata malinconia di fondo trovi i giusti spazi, i giusti appigli per infondere una poesia a profusione, una poesia che come gemma rara e preziosa si scopre in tutta la sua bellezza sostanziale. Il progetto Circlelight, all’anagrafe Emanuele Durante, si connota per un’ampia visuale d’insieme capace di andare oltre le consuetudini e intavolando elementi di folk d’autore impresse nella memoria e costantemente elaborate e vissute. Otto tracce che ci sussurrano e ci parlano da vicino attraverso un uso leggero ed elegante dell’elettronica da Bon Iver fino a Damien Rice passando per Glen Hansard e Iron e Wine. Ties and struts è un disco leggero, ma pregno di significato. Un album lasciato a sedimentare e pronto a coinvolgere ad ogni occasione.


Gabriele Lopez – Linee (Fattore C / Luovo)

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Musica dal sottosuolo che entra dentro pian piano e stringe fino a conglobare pezzi di cielo in situazioni che ambiscono a creare una sorta di atmosfere continua, una sorta di bisogno primario di concedere spazi per interagire con l’ascoltatore e assomigliare sempre più alla quotidianità che viviamo. Il disco del polistrumentista Gabriele Lopez si affaccia al cantautorato folk di stampo americano senza disdegnare la terra d’Albione e compensando elementi e legami con un suono prettamente italiano capace di ricreare unioni e continua ricerca. Linee è prima di tutto un album davvero ispirato. La particolarità della voce del nostro si sposa egregiamente con arrangiamenti curati e in continuo divenire in grado di dare un senso a pezzi come l’apertura Allo specchio, Il meglio di me, Sogno lucido, Come vuoi tu in un’attenta ripresa di certi elementi comuni per poi riciclarli ad arte e reinventando un nuovo corso. Linee è un po’ come la nostra vita. Racchiude il sapore delle cose migliori e un’idea continua di cambiamento impressa nella mente. 


Mala – Totocaos (Autoproduzione)

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Duo esplosivo, ma che ama nascondersi nei conforti di una cameretta a scrivere e a registrare canzoni contagiose che parlano di noi, dei nostri mondi e di tutto quello che lasciamo sempre più in disparte. Totocaos è un disco aperto a soluzioni innovative, un album che non si accontenta di apparire, ma che piuttosto trova nelle intelaiature generose e sostanziali degli spiragli d’aria raccolta a confluire su ciò che sentiamo sfiorarci giorno dopo giorno. L’approccio dinamico al tutto permette una narrazione fluente e l’illusione del vuoto fa da contraltare ad una pienezza che possiamo ascoltare in pezzi come Carla, Asterischi, Islanda, Ma se e Sicilia a riscoprire una natura matrigna e in grado di cambiare il corso delle cose, una natura emozionale che nelle tappe della vita si immedesima nel ritorno a casa, nel ritorno a quel qualcosa che custodiamo nell’angolo più segreto del nostro paradiso e che sovente ritorna come cielo azzurro in una giornata di pioggia. Un disco narrativo e ricercato, un album da riascoltare in questa contemporaneità. 


Starcontrol – Fragments (Swiss Dark Nights)

Frammenti notturni di un’elettronica in sospensione che predilige apporti intimi e dilatati per battiti sincopati pronti a racchiudere nell’etere tanta sostanza, in un’illusione concentrica che in musica sospinta tinge di colore, modifica le inclinazioni dei piani e rende emozionale l’approccio per un trio davvero notevole che riesce a dare sostanziale importanza ai frammenti di un’opera esterna che parla nell’immediato di un mondo interiore, di un mondo personale, soggettivo e introspettivo caratterizzato da tinte scure e da bisogni in dissoluzione. Gli Starcontrol rendono il loro post punk più vicino ad una formula moderna, una formula contemporanea che attinge dal rock moderno linfa vitale pur non disdegnando soluzioni evocative chiare e nette, pur mantenendo un cuore ibrido, un senso di oppressione notevole che sfocia in perle che danno un senso omogeneo al compiuto, da A cruel day fino a Newton’s third law i nostri fanno della quarta dimensione una proiezione del loro essere, del loro continuare a credere in qualcosa di davvero importante. 


Vintage Violence – Senza barrè (Maninalto!)

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Rivisitazione in chiave acustica, spoglia, essenziale di due piccole perle musicali del panorama della musica italiana. Piccoli intrattenimenti musicali e Senza paura delle rovine qui rivisitati e implementati da un inedito devastano per importanza delle parole sedimentate e qui rigogliose a nuove aperture, sognanti e inespresse, una voce più calda e avvolgente rende questa nuova prova spiazzante, ma bella nel senso più profondo che questo termine generico può ricordare. I Vintage Violence abbandonano il punk, il rock, spogliando di tutti gli orpelli canzoni già di per sé intriganti, ma che in questa nuova veste tendono a conservare un fascino fuori dal tempo, introspettivo, audace, rigorosamente senza barrè e pieno di quella vitalità che nonostante la versione rallentata dei pezzi proposti, si fa narrazione valorizzando le parole, i significati in una continua ricerca mossa dal bisogno di sperimentare e di mettersi in gioco. Ciò che ne esce è un disco accompagnato da un plettro personalizzato e dal libretto contenente gli accordi di tutte le canzoni, un album che ancora una volta sa mettere in luce, da una diversa prospettiva, la forza di questa band che sa rinnovarsi in modo del tutto naturale e soprattutto sincero. 


Settembre – Di questi tempi (Autoproduzione)

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Settembre è la voce ironica che sintetizza un periodo, uno stato mentale, un modo di approcciare la vita con fare disincantato, pazzo, ma nel contempo riflessivo, interiorizzato e mai e assolutamente mai scontato. Settembre è il progetto del giovane cantautore milanese Stefano Riggio che grazie a questa prova sudata ci fa comprendere la propria passione per la musica d’autore italiana da Gaetano fino a Ivan Graziani passando per Lucio Battisti intercettando umori e sensazioni che la vita offre giorno dopo giorno con il tentativo di tradurli su carta attraverso poesie metropolitane che fanno di questo, per così dire pop autunnale, un punto d’incontro tra generazioni, un passo necessario per entrare attraverso un mondo, attraverso ciò che possiamo vivere quotidianamente. Pezzi da ricordare come La canzone da radio, 1999, Tutto è pop, sono solo alcuni momenti di un puzzle che tende ad inquadrare come ossimoro una forma mentale che racchiude la malinconia e l’ironia, il passato e il presente, l’autodeterminazione e la dipendenza nei confronti di qualcosa che non c’è più, ma che grazie a questa musica riesce a vivere ancora davanti ai nostri occhi, con coraggio, procedendo con stile, senza fermarsi. 


Soviet Malpensa – Astroecology (Costello’s Records)

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Costrutti esistenziali che si spingono oltre le consuetudini attraverso un suono contaminato da diversi generi osando e soprattutto fregandosene dell’opinione pubblica, ma con il preciso intento di colpire e far sussultare un proprio stato interiore, il proprio essere alle prese con l’affacciarsi simultaneo alla musica moderna. I Soviet Malpensa sono una band cresciuta tra le provincie di Milano e Varese, una band in costruzione che attraverso il loro nuovo Astroecology riesce a sedimentare gli agglomerati di genere per creare una specie di concept capace di domandarsi e che ritrova nell’esigenza di esplorare altre galassie un punto di contatto inevitabile con questo nostro mondo, con la terra che ingloba. Nelle loro canzoni ci sono echi di psichedelia, c’è lo shoegaze, ma anche del sano rock dilatato che apre gli spazi e ci consente di virare la nostra testa e le nostre ambizioni verso un territorio da scoprire carico di incertezze, ma memore di cosa è stato il passato. Ascoltare Astroecology è un po’ come tuffarsi nelle profondità dello spazio attraverso una navicella interstellare per dare un senso diverso a tutta questo buio che ogni giorno dobbiamo affrontare.