Bad Pilot – Inverse (Autoproduzione)

Disco bomba ammirevole per il gruppo francese capace di lasciarsi contaminare da un suono electro rock amalgamato alla dance d’impatto che assicura un esito incondizionato e pieno di originalità e rimandi alla scena elettronica odierna. Quello dei Bad Pilot è un insieme di brani davvero consistente e impressionante per immediatezza e ritornelli che colpiscono al cuore, refrain su basi analitiche e suoni magnificamente pop che ricordano quella grande e lisergica psichedelia raccontata dagli MGMT nel loro esordio folgorante Oracular Spectacular. Le quattordici canzoni proposte si sciolgono come caramelle dolci in bocca lasciando un retrogusto di passione difficile da trovare in altre produzioni odierne. Inverse è sinonimo di altissima qualità, una qualità intrinseca che non si accontenta di essere accostata a band come i precursori Daft Punk, ma piuttosto trova un proprio percorso, una propria via laddove il panorama si erge saturo in tutta la sua grandezza e opulenza. Davvero bravi.

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Alberto Cipolla – Branches (MeatBeat Records)

Capolavoro di musica strumentale maniacalmente tendente alla perfezione che si dipana tra musica da film e paesaggi nebbiosi dove a farla padrone sono le atmosfere malinconiche che riempiono di costrutti esistenziali la nostre mente e trasformano le terre di confine in qualcosa di bellissimo e lucente per un lavoro orchestrale che ha il sapore del miglior Antony Hegarty e degli indiscussi e capaci Cinematic Orchestra per una preziosa ricerca di fondo che risplende di luce propria. Il disco di Alberto Cipolla è un substrato di architetture suadenti dove una voce profonda e convincente lascia spazio a divagazioni strumentali talmente importanti che i suoni utilizzati sono attribuibili ad un insieme orchestrale capace di penetrare in profondità valorizzando il flusso magmatico di una musica che conquista fin dal primo ascolto. Da Timelapse fino a No Regrets Pt2 si sente la necessità di un ascolto intero per dare un senso a quel cerchio formato da innumerevoli rami che come polmoni ci fanno respirare e inevitabilmente ci fanno toccare il cielo con sfiorata delicatezza.

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The Shalalalas – Boom (Bassa Fedeltà)

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La spensieratezza affiora in questo progetto, esplode come sole mattutino e inevitabilmente contagia con sonorità fresche e variegate, cotte a puntino ed edulcorate a dovere in una forma- canzone che non si chiede troppo, ma piuttosto conquista ogni singolo attimo trascorso attraverso suoni giganti che primeggiano nel passare da un neo folk fino al punk rock meno conosciuto, ma di sicuro effetto. Nuovo disco per il duo romano, nuovo album che vede la partecipazione di Cesare Petulicchio alla batteria e Federico Camici al basso per un’esplosione sana e lontana dall’indie italiota che intercetta influenze d’oltreoceano senza dimenticare l’amata Terra d’Albione perpetuando un suono menefreghista che si dimena tra riff sostenuti e voci scanzonate, sodalizi cosmici con un’improvvisazione impreziosita a dovere e quel grado di savoir-faire internazionale che si riscopre esigenza necessaria per questa e altre soddisfazioni che verranno. Una prova davvero interessante che ha il gusto della gomma da masticare appena scoppiata in faccia e di una grossa e sana risata da condire con un sole cocente che spazza via ogni nube dal nostro viso.

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Tabaccobruciato – Bello dove stavano gli hippies (Ultrasound Records)

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Sonorità e musicalità d’altri tempi capaci di abbracciare un cantautorato asciutto e anacronistico musicalmente in un concentrato però di testi ad effetto proiettati ai giorni nostri con la consapevolezza di ottenere un risultato lontano da ogni era e di riflesso importante osservando il tutto con visioni esterne di un polveroso andirivieni di ciò che è stato. I Tabaccobruciato parlano al cuore e lo fanno con la nostalgia di chi non ha nulla da perdere, ma piuttosto in grado, dopo il quarto disco, di ponderare equilibri di malinconie da fine estate,  tra le nebbia padana, le sagre di paese, i cammini lunghi un sogno in sella a biciclette sgangherate e il desiderio quasi essenziale di non vedere il tempo passare. Il tempo passa ahimè e in questo concentrato di canzoni convive una bellezza di fondo davvero apprezzabile, ironica in parte, pesata e costruita dall’altra. Bello dove stavano gli hippies è un ponte tra passato e presente, tra ciò che abbiamo e quello di cui abbiamo bisogno. Una conquista a cielo aperto racchiusa nell’attimo appena trascorso che ora inevitabilmente e indissolubilmente non esiste più.

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Rigolò – Tornado (Antropotopia)

album Tornado - rigolò

Il viaggio come ispirazione a mondi lontani, il viaggio percepibile di questo Tornado, disco sopraffino capace di entrare all’interno di un folk alternativo di matrice americana e nordica impreziosendo l’ascolto da risvolti di violoncello che non si fa puro sottofondo, ma piuttosto risulta essere parte fondante e preponderante di un tutto davvero interessante. I Rigolò acquisiscono capacità empatica in questo disco, lo fanno con brani che si abbandonano ad uno strumentale che sa di magia per poi pian piano ritornare ad un cantato dolce e mai melodrammatico, ma piuttosto consapevole nel dare un senso di riempimento a stanze vuote, nel fissare con lo sguardo la campagna che si apre a nuove forme di interesse in un cerchio che racchiude la partenza e proprio nella partenza trova il suo naturale punto d’approdo. Apice del disco la bellissima Society in un rincorrersi di eventi di rara intensità per una band che fa dello stupore continuo la propria chiave di lettura, il proprio desiderio infinito di andare lontano. 


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Mamuthones – Fear on the corner (RocketRecordings)

Mamuthones - Fear On The Corner

Pazzia psichedelica che instaura parallelismi con una natura sconvolgente e implosa per la band dell’ex Jennifer Gentle Alessio Gastaldello, un substrato ricco di rimandi ad una scena tribale concisa e quasi ermetica che si apre poi a viscerali lamenti lisergici proprio quando meno te lo aspetti in un condensato d’amore per tutto ciò che può essere rivoluzionario o perlomeno sorprendente e sbalorditivo. Il nuovo Fear on the corner ovviamente è un disco complesso, possiamo solo carpirne una visione d’insieme che a tratti sembra sfuggire, a tratti però ci consegna una prova d’alto livello sia dal punto tecnico-compositivo, sia dal punto di vista emozionale instaurando con l’ascoltatore un senso di straniamento portando l’album stesso a paragoni capaci di sfiorare le architetture sghembe dei nostri, dal jazz fusion di Hancock passando per Miles Davis e incrociando un funk che si sposa con i ritmi africani. Fear on the corner è un disco davvero grande, sia per caratura dal sapore internazionale sia per potenza espressiva che dona alla sperimentazione una grandiosa sensazione di bellezza.

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-FUMETTO- Vincenzo Filosa – Figlio Unico (Canicola Edizioni)

Risultati immagini per figlio unico filosaTitolo: Figlio Unico

Autore: Vincenzo Filosa

Casa Editrice: Canicola

Caratteristiche: 240 pagine, b/n, 15×21

Prezzo: 18 €

ISBN: 9788899524203

 

Vicende di interesse a tutto tondo che ripercorrono in ambito d’insieme le storie di un ragazzo alle prese con il proprio diventare grande, adulto in un mondo dove la chiara contrapposizione alla realtà genitoriale si fa comprensibile e per certi versi sfiora e scuote qualcosa dentro, almeno per me, in un insieme narrato di avventure che strappano un sorriso e talvolta colpiscono come pugno allo stomaco e fanno male, realmente male. La peculiarità del nuovo di Vincenzo Filosa sta nel ricercare senza mezzi termini ed escamotage un racconto di vita ambientato attraverso città che si trasformano in incubi e foreste ostili, quelle città che si fanno raccontare creando un ponte immaginario tra la Tokyo del pioniere Osamu Tezuka, del verismo commovente e drammatico degli Tsuge, dei riferimenti a Mizuki Shigeru fino a convogliare a racconti illustrati ben più recenti che ricordano vicende al limite e di periferia come quelle raccontate da Francesco Cattani in Luna del mattino.

Storie estremamente reali nel substrato e fantascientifiche e lisergiche quanto basta a vista d’occhio quelle raccontate nel fumetto edito da Canicola vedono come protagonista un ragazzo come tanti, un figlio unico alla ricerca del proprio posto nel mondo asserragliato dai contesti e da un involucro spazio temporale che impone e inscatola, immagazzina e non esplode, ma piuttosto modella ambienti interiori di bellezza contrapposta all’angoscia. Un senso di disorientamento pervade lungo l’intera narrazione e il segno pulito, immediato dell’autore calabrese fa da contraltare ad un nervosismo di fondo che a tratti si intensifica attraverso scene di deflagrazione unica che con piglio cinematografico ci portano ad osservare l’universalità da diversi punti di vista, da diverse angolazioni.

Con questo fumetto Vincenzo Filosa si conferma essere l’unico rappresentante italiano di una radice emblematica che risiede a migliaia di chilometri di distanza pur mantenendo nel proprio intimo fatti e vicende prettamente interiorizzate in un’Italia alquanto, forse troppo, reale. Un sarcasmo ben ponderato lascia spazio aperto all’immaginazione coinvolgendo nel profondo grazie anche a citazioni musicali da sottoscala e attingendo dalla cultura pop di qualche decennio fa una via di fuga per assemblare, ricucire e ristabilire volontariamente un legame profondo con le proprie fondamenta in un cerchio chiamato vita che vede, con il tempo, l’inversione dei ruoli padre/figlio e la costante interiorizzazione di una strada da seguire.

Per info e per acquistare il fumetto:

http://www.canicola.net/figlio-unico/

 

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Augustine – Grief and Desire (Autoproduzione)

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Augustine all’anagrafe Sara Baggini riesce nell’intento di creare atmosfere surreali e sognanti capaci di penetrare nell’inconscio attraverso una musica soppesata a dovere e immedesimata nell’attimo da vivere in stanze bianche, in stanze spoglie dove le pareti acquisiscono realtà e comprensione, magnificenza e sostanza e lasciano la bellezza sovrapposta al giorno che verrà. Penetrare in questa musica è come inserirsi di soppiatto all’interno di un film di David Lynch, un suono che nasconde segreti, un suono che si immedesima come un crocevia di storie, di bisogni e di necessità condito da momenti in dissolvenza, momenti di disillusione continua che si fanno realtà tangibile proprio quando meno te lo aspetti. Pochi strumenti ad intessere trame, chitarre corali e leggere percussioni poi prendono il sopravvento e le canzoni acquisiscono ritmo per poi assuefarsi come marea all’andirivieni di un mondo in cambiamento. Quindici pezzi, davvero tanti, ma essenziali per comprendere trame, per comprendere un pensiero che va al di là di ogni, qualsivoglia, forma di musica precostituita.

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Casablanca – Pace, violenza o costume (VREC 232)

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Album potente e incontrollato che sente la necessità interiore di dare un senso sempre maggiore ad un rock che in Italia sembra essere scomparso, un disco monumentale, granitico e compresso a dovere che vede il ritorno dei due ex Deasonika Max Zanotti e Stefano Facchi coadiuvati dal basso di Giovanni Pinizzotto e dalle chitarre di Rosario Lo Monaco a intelaiare un lavoro strutturato che vede scorrere su diversi piani lo stoner con il rock più classicheggiante per abbracciare le introspettive aperture di band come Virgo, Mistonocivo pur concedendo sprazzi di cantautorato che di rimando ricorda la musica vibrante di Umberto Maria Giardini. Pace, violenza o costume sa essere consapevolmente una riflessione sui nostri tempi e sui nostri modi di interagire con la vita e con ciò che rimane in fondo al nulla. Il nuovo dei Casablanca sa scavare nelle profondità più misteriose del nostro inconscio, lo fa con la classe di chi non ha nulla da perdere, con la forza di chi, con costanza, apprende la lezione del tempo trasformandola in qualcosa di davvero unico.

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Livida – Io non ho paura (VREC233)

Io non ho paura by Livida

Rock che si intensifica ascolto dopo ascolto coadiuvato per l’occasione da testi diretti, maledettamente pop, di facile digeribilità, ma nel contempo di certo non scontati, intessuti da trame concentriche che rendono la prova dei Livida un incrocio tra passato e presente dove la maturità musicale si fonde con un qualcosa di immediato, urgente, non di circostanza, ma ricco di spunti che parlano di vita moderna, di vita vissuta, di amori che si consumano all’imbrunire di una sera qualsiasi. Io non ho paura è un album di per sé omogeneo, racchiude al proprio interno delle buone tracce che sanno in qualche modo emozionare e garantire un appeal con un pubblico che nell’urgenza del momento trova la propria valvola di  sfogo per parlare di quotidianità e di intensificazioni che via via approdano verso lidi di puro interesse musicale. Su tutte spicca il capolavoro Sette lacrime, summa forse di un album da far nostro ascolto dopo ascolto, in una speranza sprigionata nell’attimo appena trascorso.

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