Fumonero – Dentro (Autoproduzione)

Terra che vibra in dissoluzione con il nostro io ed emerge a ricoprire ombre del passato che non passano inosservate, ma ci incatenano al suolo e ci rendono schiavi di un qualcosa da cui sentiamo il bisogno di fuggire, di andare lontano, di scomparire. Fumonero apre le tende del nostro cuore nero e ci guarda Dentro grazie ad una commistione ben dosata di musica rock mescolata all’elettronica d’insieme che intaglia a sufficienza elementi di teatralità per consegnarci una prova strutturata che ha il sapore del concept moderno capace di creare attesa e interesse suddividendo l’intero disco in cinque parti: Assuefazione, Perdizione, Resurrezione, Tentazione e Liberazione più la presenza della cover di Tutti i miei sbagli dei Subsonica a chiudere un album di percezione e di profondità alle massime speranze possibili. Dentro è un disco che si fa ascoltare, ma nel contempo attanaglia, estrapolando una rabbia primordiale che si può percepire già nella traccia d’apertura per poi culminare in un tramonto esperienziale che rende intrigante la poesia fin qui costruita.

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Nico Gulino – Meglio morire d’amore (Seahorse Recordings)

La senti da lontano la spuma del mare infrangersi sugli scogli accarezzata dal vento, la senti che sprigiona gli attimi di un ricordo che non esiste o che magari non c’è più, intrappolato in un bisogno di appartenenza con il mondo circostante che riempie il nostro essere per ritrovarsi poi diversi e imbrigliati in un qualcosa a cui non siamo capaci di dare un nome, ma che ci tocca da vicino, ci rende vivi, liberi. Meglio morire d’amore è un disco che nella sua orecchiabilità d’esordio ricorda per certi versi le malinconie di Sergio Cammariere, la prosa di De André e gli attimi vissuti tra commistioni di generi che mescolano ska, swing e tango in un’esigenza naturale e necessaria di entrare in comunione con chi ascolta e soprattutto con la bellezza che non si accontenta di rime facili e ammiccanti, ma trova nello scavare a fondo dei sentimenti una propria apertura che si completa e si dissolve come brezza mattutina. La title track è pura poesia, ma non possiamo dimenticare la canzone d’apertura A volte gli occhi, piccolo capolavoro sonoro che permette all’ascoltatore di assaggiare i paesaggi che campeggiano nell’intero album. Si scorre poi con Il mondo fuori o nulla si muove per poi chiudere il cerchio con La tua poesia. Meglio morire d’amore è un disco di cantautorato completo capace di segnare indelebilmente una strada, un percorso, un romanticismo ritrovato che si fa largo in modo incisivo tra le produzioni odierne.

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Twang – Nulla si può controllare (Autoproduzione)

album NULLA SI PUO' CONTROLLARE - TWANG

Quattro pezzi che sono la summa di un costrutto da cui partire per intavolare partenze blues e arrivare a ballate beat che strizzano l’occhio agli anni ’60 e si concedono in un dileguarsi metafisico e quasi psichedelico adombrando il mondo circostante e costringendo elementi in dissoluzione a fare la loro entrata trionfale. Sporco garage e nel contempo raffinato pervade la breve prova dei Twang, band torinese che con il loro primo disco sanno trasmettere energia in tutte le direzioni, partendo con Neanche un colpo e finendo con Maschera con il il chiaro intento di svelare una sottile e leggere parte di universo che ci sta attorno e che ci rappresenta, giocando un po’ con le parole, ma arrivando al punto in direzione quasi ostinata e contraria. Muri che levitano in distruzione e un martello e un giratubi in copertina a segnare una buona prova d’esordio che merita l’espansione naturale in un full legth che spero non si faccia attendere. I nostri sono sulla giusta strada.

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-LIBRI ILLUSTRATI- Armin Greder – Mediterraneo (Orecchio Acerbo)

Titolo: Mediterraneo

Autori: Armin Greder

Casa Editrice: Orecchio Acerbo

Caratteristiche: pagine 40, cm.22×31,5

Prezzo: 16,00 €

ISBN: 9788899064587

 

C’è un mare profondo che ricopre l’orizzonte, un mare profondo petrolio che accoglie il perduto e stratifica il tempo attraverso le onde in divenire, un mare che non perdona e si rende esso stesso veicolo, un mare – trasporto di vite e vissuti che non possiamo comprendere appieno che non siamo in grado di attraversare con la nostra mente e ci rende molto più semplice pensarlo come naturale evento delle cose o in modo riduttivo come fotografia sbiadita dei nostri momenti migliori nelle vacanze canicolari estive.

L’acqua sopra e i pesci che accolgono i corpi in mare, i corpi di chi attraversa il confine e il Mediterraneo che si fa protagonista nell’incedere di migliaia di persone, il passaggio, la ricerca della vita, figure indistinte che portano con sé il bisogno di dare un senso al proprio destino e poi gli squali umani a barattare, comprare viaggi di disperazione, pescecani che troviamo anche nelle profondità degli abissi a cibarsi di ciò che resta, di ciò che prima era persona.

Armin Greder, illustratore nato in Svizzera e particolarmente sensibile alla condizione umana, consegna un’opera di impatto non indifferente, un’opera necessaria che non scade in pietismi, ma cattura istantanee di vita in un corollario di eventi attuali dove il viaggio acquisisce un senso diverso, una possibilità migliore, un ineluttabile seguire le onde per fuggire dalla fame, dalla povertà, altre volte dalla guerra sotto gli occhi inermi di beceri pensanti colmi d’odio e dalle pance riempite e troppo piene per comprendere appieno una condizione umana che chiede di essere nuovamente ascoltata.

Il livello grafico del racconto appare nella sua incompiuta completezza. Il personalismo indefinito di Greder delinea attraverso linee concentriche un senso chiaro di tensione straziante che rivela l’attesa e ci porta ad essere lì con il cuore, sullo stesso barcone, ad annusare gli odori e a scorgere in lontananza un miraggio di terra che può significare salvezza, un ammassarsi intrinseco di gente che ricorda le opere del veneto Murer nel suo solitario e introspettivo concedersi al mondo.

Orecchio Acerbo ormai da tempo è sinonimo di alta qualità sia nella ricerca di perle preziose da far leggere al grande pubblico che nel dare voce agli ultimi di questa nostra vita in un’affamata ricerca del necessario che in questo libro illustrato trova, forse, il suo massimo apice esponenziale. Un mare quindi veicolo di ciò che sarà, un mare profondo petrolio che ci chiama ad essere responsabili del suo colore e del suo destino.

Per info e per acquistare il libro:

http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=526

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Il confine – Il cielo di Pryp’jat’ (ALKA Record Label)

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Potenza lirica controllata come fosse un’opera da esibire in una definizione primitiva di un suono rock ricercato e luccicante capace di imprimersi nei deserti della nostra mente in simultanea ricerca di un passato che non esiste, ma che si fa portatore di radici essenziali per comprendere appieno la poetica di questa band. I suoni sono granitici e si imprimono nella memoria ricordando per certi versi la potenza stellare e legata al palcoscenico del Teatro degli orrori anche se qui i testi sono quasi criptici e collegati ad un mondo in decadenza dove il respiro si fa corto e gli attimi di vita sono relegati al buio più profondo. In tutto l’album si respirano i dolori della centrale di Cernobyl e della sua esplosione; attorno a tutto questo sembra aleggiare un fantasma opalescente in decomposizione che annuncia la strada in salita da percorrere e quello che sembrava vano e irrecuperabile trova un senso perfetto dentro ad ogni dove e nelle laceranti canzoni di questo disco. La presenza inoltre, di validi strumentisti, ci accompagna negli anfratti più nascosti da Eccedere e cedere fino a Un giorno senza vita a chiudere un cerchio profondo di ciò che è stato nella nostra memoria. Il confine ci regala una prova alquanto strutturata e potente che si fa attimo di deflagrazione e ci consente di assaporare al meglio un suono forte e ruvido, mai banale nella sua ricerca costante.

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Edoardo Baroni – Il momento di pensare alle cose (Lapidarie Incisioni)

Contrappunti sonori ben delineati che riempiono stanze buie al calare dal solo e scrutano tra le persiane l’arrivo di un nuovo giorno, intenso, sperato, magnetico e compreso tra attimi introspettivi e felicità da raggiungere, da ammirare e da vivere pienamente. Il cantautore romano Edoardo Baroni ci regala una prova che sa di poesia che non c’è più, quel raffinato intendere il vivere del momento attraverso gli occhi di chi non ha nulla da perdere e consegna nel diario della vita un’esigenza di intrappolare il momento, la felicità sperata, l’ingegnarsi per un mondo migliore. Dentro a Il momento di pensare alle cose c’è un universo in espansione che vibra di voce e arrangiamenti scarni, ricopre il cantautorato di un Dalla e di un Battisti migliore per arrivare ai più recenti Tiromancino e sono gli attimi quelli che contano, sono loro a rendere protagonista la nostra stessa storia. L’album si dipana in un’omogeneità di fondo che non stanca, ma aggiunge canzone dopo canzone un tassello importante che ci fa riscoprire la poetica accompagnata da una leggera elettronica di sottofondo, per suoni a tratti vintage e a tratti moderni dove il testo in primo piano è sicurezza comunicativa da qui al giorno che verrà.

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Skelters – Rivoluzione 9 (IRMA Records)

album Rivoluzione 9 - Skelters

Cantautorato sottile e studiato che ha il sapore degli anni ’90 e del primo 2000, un indie d’autore capace di seminare cristalli di luci e ottenebrare il circostante con leggerezza mai troppo compressa, ma piuttosto raggruppando un insieme di caratteristiche intrinseche ad una specificazione e ad un intrecciarsi di rapporti umani e di vite vissute. Un ciclo quindi quello degli Skelters, un ciclo che raggruppa malinconie pop alle schitarrate arancioni della Terra d’Albione in un concentrarsi quasi metafisico di poesie in musica che si spingono oltre e vogliono costituire un punto d’approdo per soddisfazioni e meriti ricchi di rimandi al Bianco dei Beatles, ma qui riproposti in chiave attuale senza mai strafare, ma piuttosto concentrandosi sulla pulizia dei suoni e sulle parole che nel disco contenute danno un senso diverso ai sentimenti che ci toccano da vicino. Siamo è la traccia d’apertura che conduce ad Eroe e poi a pezzi necessari come Senza lei o il finale lasciato a Chimica dell’amore per un gusto vintage che riprende aspetti e stilemi passati, senza però dimenticare l’epoca in cui viviamo, un’età dove l’assoluta ricerca di un qualcosa di diverso per sopravvivere porta alla luce dischi notevoli come questo e ci fa sperare in un ritorno all’essenzialità che anche in musica ha il bisogno necessario di ritrovare la propria purezza.

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MDGA – The Album (Beta Produzioni)

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Commistione di generi in alternativa ascendente dirompenti per necessità e bisogno di attanagliare vita e concedersi in pezzi da primo album che regalano eterogeneità alla proposta e un gusto per la sperimentazione davvero non indifferente. Gli MDGA sfornano un lavoro di per sé strutturalmente complesso, carico di quel bisogno di comunicare che non è di certo facile rappresentare ai giorni nostri e con spirito d’iniziativa i nostri contengono ambizioni per parlare di vita quotidiana, di realtà che facilmente possiamo cucirci addosso come abito che ci sta stretto e che prima o poi sentiamo il bisogno di cambiare per sempre. All’interno del The Album c’è un insieme di generi davvero particolare, si parte dallo ska  e alle spruzzate di reggae passando per l’hip hop e la canzone d’autore, il tutto costituito ed elargito a far da costante magnetica per pensieri non banali di certo, ma che ci regalano attimi di pura emozione in pezzi come l’apertura lasciata A sud di ogni cosa ad intervallare capacità espressiva in Big town, Questa è la mia vita o Sunshine fino al gran finale che odora di richiamo e gioventù concesso a Ear me now. Un disco stratificato quello dei MDGA che uscirà a Settembre inoltrato, un album in cui l’originalità di fondo dona la possibilità di aprire le proprie aspirazioni ad un qualcosa di condiviso che tocca vertici notevoli e sentiti.

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Fenriver – Delta (New Model Label)

Oltre l’heavy-psych che conosciamo i Fenriver al loro esordio intascano una prova davvero interessante che coniuga elementi di post hardcore con un qualcosa di più sotterraneo e tecnico, un heavy oscuro che abbraccia la passione per il prog e le sovrastrutture stratificate all’inverosimile tanto da far suonare il pezzo come una canzone dentro ad un’altra canzone senza fine. I quattro veneti si concedono ad attimi lisergici che scoppiano poi di esplosioni sonore distorte tanto gainizzate e compresse da far scervellare risalendo la corrente dei nostri incubi peggiori e raggranellando influenze su influenze, dai Black Sabbath ai Kyuss, passando per i Melvins e i contagiosi Led Zeppelin in un vortice di quattro canzoni, cantate in inglese e italiano che arroventano i ferri del mestiere e si concedono nel finale alla potenza sonora totale di In solitude, suite di otto minuti che comprime e dilata il tempo a proprio piacimento. Una prova d’esordio davvero importante questa che sottolinea non solo la forte capacità tecnica del gruppo, ma anche e soprattutto le doti di comunicazione della band che utilizzano un registro vintage avvolgente che incontrerà il piacere di molti puristi della prima ora.

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Riverweed – Full Moon (New Model Label)

Nati sulle rive del Sile e pronti a sfociare nell’Adriatico e oltre i Riverweed, duo composito fatto di chitarra e batteria, amplifica le visioni lagunari ed estende la passione musicale con occhio di riguardo nei confronti del delta del Mississippi, blues concentrico, garage rock e amarezza bruciata dalla rabbia capace di creare vincoli da scardinare in un approccio immediato e distorto fatto di rimandi al passato e concretezza da vendere fin dal primo ascolto. Un Ep di sei pezzi, un album che ha il sapore del presagio e che si differenzia per una spontanea attitudine a ricreare suoni di superficie che ben disorientano su di un palco legnoso e ricoperto di luci da far vibrare fin dalle prime battute, da The mole fino a Flower dust, passando per inni come Barefoot blues o l’altra centrale Homo Sapiens. I Riverweed consegnano agli ascoltatori un mix di sudore ambivalente per palati esigenti, ma non solo, il gruppo trevigiano ci lascia il sapore di un qualcosa che sta esplodendo come sassi di granito gettati al suolo.

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