Chrome Sky – Artificial (D Cave Records)

Non è avanguardia, ma sperimentazione musicale e sonora capace di fare un tuffo nell’inconscio umano per scandagliare a ritroso le nostre vite e rigettarle al suolo come fossero bambole di pezza o di carta straccia, un’alienazione viscerale che incrocia diversi stili, diversi generi, suoni pesanti che introducono parti di elettronica cattiva a sottolineare reminiscenze con il proprio modo di essere, con il proprio stare al mondo che permettono ai Chrome Sky di trarre consapevolezza da una prova davvero notevole. Il duo di Catania formato dal poliedrico Paolo Miano e il programmatore Mario Ferrarese ci dona un disco alquanto strutturato e potente, di quella potenza madre di ogni anfratto musicale in grado di valorizzare tematiche davvero importanti ai nostri giorni e che trovano il loro punto di svolta in ogni singolo brano presente in Artificial. Da Artificial man a My scars i nostri comunicano con una musica alquanto espressiva e lo fanno così bene da far paura.

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White Mosquito – Superego (Orzorock)

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Ingabbiati in una morsa da cui è difficile uscire i White Mosquito si scavano un posto d’onore tra le produzioni di protesta generate da questa società, un miscuglio omogeneo di potenza espressiva e lacerante carezza che abbandona le strade del folk non sense che va di moda per intensificare un rapporto di forza con la carne e con le nostre viscere raccontando di alienazioni e incapacità culturali, ricercando un quieto vivere e un bisogno di appigli nuovi e sinceri, capaci di scardinare l’ordine precostituito e criticità svelata. Il loro disco è un incrocio stellare tra gli ultimi Afterhours e band underground come Virgo o Elettrofandango, un album che riscopre finalmente la voracità espressiva delle parole e presta attenzione alla sperimentazione e ai salti musicali che permettono a questo rock che entra ed esce come mare in tempesta di farci viaggiare a latitudini estreme senza dimenticare da dove tutto è partito, senza dimenticare i grandi maestri di sempre come i Led Zeppelin per un suono d’insieme davvero notevole ed impattante che segna un punto a favore e di svolta per i White Mosquito.

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Elephant Claps – Elephant Claps (Distratti)

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Potenza vocale a delineare paesaggi sonori che si intersecano dapprima lievemente per poi concentrare un senso all’interno di una produzione davvero notevole capace di compenetrare l’animo umano attraverso l’uso scandagliato di voci a ricoprire territori inesplorati e mai lasciati al caso, ma piuttosto un cogliere il momento come senso profondo attivato dal bisogno esistenziale di trasformare la propria voce in musicalità sostenuta. Gli Elephant claps attraverso il loro omonimo disco, consegnano all’ascoltatore una prova di capacità canora importante stampata oltre le aspettative e capace di caratterizzare un miscuglio di Afro-Funk-Jazz in un qualcosa che non ha bisogno di strumenti, ma che solo avvalendosi della voce porta un soprano, un mezzo soprano, un contralto, un tenore, un basso e un beatboxer ad identificarsi con un mondo in continuo cambiamento e con l’insaziabilità che solo un certo tipo di musica come questa sa dare. Quello che ne esce è un disco stratificato e imponente per maestria, dove la sperimentazione è solo punto di partenza per creare quadri musicali ad arte che convincono al primo ascolto.

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Del Norte – Teenage Mutant Ninga Failures EP (Autoproduzione)

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Super power trio da Pesaro che si fa ascoltare tutto d’un fiato per trarne conclusioni veritiere e affascinanti che affogano in un solo istante l’ambizione di costruire musica attingendo direttamente la propria ispirazione dalle produzioni degli anni ’90 attraverso un disco solido e a tratti scanzonato a rimarcare ancora una volta il desiderio di stupire e di donare una ventata di freschezza amarcord ai giorni che verranno. Nel fugace EP dei Del Norte ci sono echi di un suono che non c’è più, si possono sentire i Pumpkins di Machina o i successivi Zwan passando per i classici grunge Nirvana senza tralasciare band alternative che hanno influenzato migliaia di altri gruppi successivi come i Pixies. Quello che ne esce è un disco suonato a dismisura, sei tracce che si aprono con il singolone Chun-Li passando per l’altro pezzone Old Boy, spartiacque capace di convogliare l’intera produzione in un finale a tratti psichedelico che dona aurea di speranza per ciò che verrà in attesa di una completezza che forse potremo ammirare e ascoltare da qui al futuro.

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Fabio Biale – La gravità senza peso (Autoproduzione)

Disco di finezza e sudore che ingloba la lezione del tempo passato per abbandonarsi a solitarie serenate di vita capaci di raccontare i singoli passaggi, i singoli particolari di un mondo alquanto variegato che gira attorno a noi, un complesso di poesie in musica capaci di donare spazi di contaminazione tra il cantautorato, il folk e e lo swing da ballare come non esistesse un domani. Fabio Biale è tornato e questo ritorno è caratterizzato da un disco davvero stratificato, ricco di sfumature e nel contempo di essenzialità, quell’essenzialità di fondo che si perde nel raccontare le vicende amorose di gatti che guardano la luna in una peripezia gitana tra violini suonati dallo stesso cantautore, contrabbassi corposi e chitarre manouche a ricomporre quel paesaggio di vita agreste e di periferia che annega negli amori stagionali e nel contempo non smette di cercare una propri strada da seguire, una propria via di fuga dalla realtà. Ospiti presenti Zibba, Dario Canossi dei Luf e l’attore Mauro Pirovano ad impreziosire un album davvero sorprendente sotto molti punti di vista, un disco che trasforma la pesantezza delle nostre giornate in qualcosa di leggero, senza gravità.

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Pulsatilla – Pulsatilla Ep (Autoproduzione)

Suoni vintage  e ben delineati che afferrano la possibilità di ascoltare chitarre lucide pulite, ma taglienti in grado di scaraventare a fondo l’incomprensione dei tempi per dare vita, per dare sfogo ad un ep di dream pop con i fiocchi, una musica diretta e sognante cantata in italiano caratterizzata da una forte esposizione solare e protesa a delineare, già dal primo ascolto, un passaggio di vite, una sostanza che prende forma. I quattro giovani romagnoli Pulsatilla mettono il mondo sottosopra parlando di cose semplici, in un brain storming emozionale che non passa inosservato, ma ben si amalgama con le tracce d’insieme centrando l’obiettivo con voracità di analizzare il mondo che li circonda. Attraverso canzoni notevoli come Euritmia o la Ballata di Morfeo i nostri dipingono contesti perennemente in evoluzione e attesi, riscoprendo in un piccolo EP la sostanza materica che li lega indissolubilmente alle soddisfazioni future.

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– LIBRI ILLUSTRATI – Adèle Bourget-Godbout/Réal Godbout – Prima dell’apocalisse (Orecchio Acerbo)

Titolo: Prima dell’apocalisse

Autori: Adèle Bourget-Godbout/Réal Godbout

Casa Editrice: Orecchio Acerbo

Caratteristiche: pagine 80, cm.24×32.

Prezzo: 18,00 €

ISBN: 9788899064556

 

Qual è il segreto per cambiare il mondo in cui viviamo? Quali sono i comportamenti nuovi e quelli abituali? Che cosa pervade il nostro vivere di un mistero tanto complesso quanto reale e omnicomprensivo? E ancora qual è quel filo rosso invisibile che ci collega al passato e con un salto si smarca dal futuro che dobbiamo ancora affrontare? Queste domande hanno una risposta e gli interrogativi in questione sono analizzati in modo semplice e diretto, senza mezze misure e con occhi protesi nei confronti del futuro, da una bambina dinosauro alle prese con le proprie modifiche interiori, con il cambiamento del proprio organismo: una crescita esponenziale che lascia posto alla ragione analizzata attraverso i pensieri di chi si trova proprio in un processo mutevole e continuo.

Prima dell’apocalisse è un albo illustrato che ci riguarda così da vicino che i pensieri racchiusi come didascalie a corredo dei disegni sono veritieri nella profondità e nella ricercatezza di base che inevitabilmente si aprono a parallelismi con il mondo in cui viviamo, si perché i protagonisti di questo, se vogliamo chiamarlo racconto, sono proprio animali di grandezza ineguagliabile, dinosauri antropomorfi che per abitudini e modi di fare sono così vicini all’uomo da sembrare un tutt’uno con il mondo in cui viviamo ora. Proprio qui il segreto del libro si svela in tutta la sua potenza, quel segreto che ci ha reso, ci rende e ci renderà così simili tra di noi ad ogni latitudine del globo e ad ogni spazio tempo percorso e che percorreremo da qui al futuro.

E’ la perdita dell’innocenza, cappuccetto rosso che entra nel bosco e scopre un’infinità di vite oltre la sua, la morte e la vita da ammirare su di una collina prima della grande esplosione per poi ricominciare inevitabilmente e nuovamente a scoprire e a scoprirsi, ad amare, a vivere ancora e a costruire il puzzle della memoria attraverso un continuo meravigliarsi davanti all’ineguagliabile mistero della natura e delle correlazioni tra le persone, un sogno ad occhi aperti chiamato vita che trova consenso nelle tavole illustrate in ogni particolare dal noto disegnatore canadese Réal Godbout, quello della serie Red Ketchup per intenderci che per l’occasione vede ramificarsi l’albero genealogico personale attraverso l’aiuto nella stesura dei testi di Adèle, sua figlia, per una scrittura che per semplicità di fondo e ampiezza d’insieme pone lo stupore e la scoperta al centro delle vicende narrate.

Un albo illustrato davvero carico di emotività capace di racchiudere le foto sbiadite della nostra memoria e della nostra attualità, un racconto che si fa così reale da tenerci compagnia in quei giorni che si rincorrono così uguali l’uno all’altro dove il tempo fa parte di quel gioco, di quell’illusione che i bambini amano costruire e amano conservare all’insaputa dei grandi troppe volte alle prese con la distruzione del mondo che ci fanno abitare.

Per info e per acquistare il libro:

http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=510

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Slivovitz – Liver (Soundfly Records)

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Loro sono in sette vengono da Napoli e fanno della decostruzione in musica il loro cavallo di battaglia immagazzinando le molteplici sfumature che il suono d’insieme sa consegnare a chi sa ascoltarlo e intrattenendo l’ascoltatore con voli pindarici completamente analogici in un’edizione del loro primo disco live che possiamo trovare anche sotto forma di pregiato vinile pesante capace di far felice ogni estimatore di genere. I Slivovitz non hanno bisogno di molte presentazioni anzi sono i pionieri di un prog altamente sofisticato, conturbante e contaminato dal jazz e dalla world music che intreccia il mondo nord africano e arabo con melodie sopraffine capaci di inglobare, in presa diretta, le sensazioni alterne di un viaggio inarrestabile verso i confini della nostra coscienza. Nel disco è presente una rivisitazione ostinatamente importante di Negative Creep dei Nirvana che come pugno sullo stomaco ribalta le carte in tavola per dare valore maggiore ad un progetto che fa della poliedricità di fondo un punto sui cui insistere per continue e importanti aperture sonore future.

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Free Shots – Vorrei tanto dir (Autoproduzione)

Danze fino a notte fonda che si innestano con il voler vivere appassionatamente ogni istante che ci riserva il futuro tra note di swing contaminate e aria fumosa che invade il palcoscenico della vita in grado di creare emozioni in divenire e tanta sostanza apportata ad arte da musicisti di esperienza che, con il giusto appeal, sanno rendere l’atmosfera frizzante e magica. Il disco d’esordio della band genovese Free Shots è un album composto da sette brani originali e tre interpretazioni, un disco vivo che sa cogliere la bellezza del momento dipingendo il mondo intorno di una musica che fa ballare anche il più incallito dei ballerini e che sa consegnare all’ascoltatore una prova di certo non banale, ma che piuttosto respira aria di internazionalità già nella title track o in Il mio vestito azzurro passando per tematiche sociali in Siamo tutti profughi. Un album composito e ben realizzato capace di donare freschezza contagiosa e memorabile intraprendenza e coraggio nel dare alla luce una manciata di canzoni che affrontano la vita con il sorriso e l’impegno stampati sul viso.

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Usual – Just feel Alright (Primalbox)

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La potenza espressiva di quattro ragazzi trentini, provenienti da Arco, si esprime in questo piccolo disco che racchiude al proprio interno un bisogno essenziale di comunicare attraverso la musica compatta e sognante, a tratti eterea, di band come Beatles, The Stranglers e Radiohead in un concentrato di vortici emozionali in partenza verso galassie lontane e racchiuso nella bellezza complessiva di tutto ciò che possiamo immaginare da un EP di Britpop fatto alquanto bene, partendo dai suoni e convogliando nella struttura di fondo capace di regalare la giusta dose emotiva a quattro pezzi che fanno parlare di sé attraverso un’impalcatura notevole, costante e sognante. Si parte con la bellissima Just feel alright  fino al finale di Down the road of my heart e intrappolando visioni d’ampio raggio in brani come Dog e l’altra centrale Blueberries and wine per un esordio che possiede al proprio interno le carte in regola per dare soddisfazioni concrete nel possibile futuro full legth.

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