-LIVE REPORT- Edda – Graziosa utopia tour – 03/11/17 – CSC San Vito di Leguzzano (VI)

A due passi da casa eppure è da una vita che non ci vado il CSC di San Vito di Leguzzano si propone di essere sempre un passo in più e all’avanguardia su progetti, suoni e musiche catalizzate e provenienti da qualsivoglia angolo del mondo. Un’occasione per tornarci, un’occasione per vedere i cambiamenti e ascoltare in questo angolo sperduto dell’Alto vicentino della musica d’autore essenziale, raffinata e importante.

Edda non ha bisogno di molte presentazioni, dopo sei album con i Ritmo Tribale e quattro da solista è qui per presentarci i pezzi che compongono quella bellezza inarrivabile di Graziosa Utopia, quinto disco in studio del cantautore milanese conosciuto ai più per quel cantato tanto particolare quanto incisivo e capace di rappresentare al meglio un tipo di poetica di certo non ermetica, ma immediata e senza fronzoli che accosta parole non sense con velata introspezione che si fa desiderio di conoscenza, vanificando l’attesa e mettendo al centro, spesso, il tema della sessualità sincera, il lato femminile più vero, senza la paura di dimostrare un senso di appartenenza con il proprio essere che fa grande un artista oltre ogni luogo e soprattutto oltre ogni aspettativa.

Si suona tardi purtroppo, fuori dagli orari previsti e questa è un po’ una pecca che hanno la stragrande maggioranza dei locali di musica live in Italia, se ci fosse la possibilità di ascoltare musica ad orari decenti finito il concerto il pubblico potrebbe decidere se andare o restare vista, come in questo caso, la rivoluzione interna del CSC che permette di sedersi comodamente nei tavolini del baretto per sorseggiare e chiacchierare.

Ad aprire il concerto gli Zagreb, già recensiti anche su queste pagine, con un set davvero tirato ed energico, tra Ministri, FASK e Majakovich per canzoni che scorrono alla velocità della luce e si stampano tra le pareti della stanza e le orecchie degli ascoltatori, bravi davvero.

Con Edda sopra al palco le canzoni scendono a meraviglia, si aprono a dovere rispetto alla versione ufficiale e la potenza sonora è ben calibrata per dare al tutto l’idea di un salotto domestico amplificato eccezionalmente. Gli arrangiamenti, come nel disco, sono un qualcosa di inaspettato e vitale, merito dei musicisti che sapientemente creano architetture sonore che si inerpicano fino a conglobare nelle bizzarrie vocali del nostro, si citano i Radiohead giustamente tra arpeggi chitarristici di In Rainbows per passare ai pianoforti di Kid A, anche se il tutto prende spesso risvolti punk anarchici e liberatori. Vicine sentiamo inoltre le parole del cantautore capace di depositare nell’aria frammenti di emozioni che il pubblico presente sa percepire e portare con sé nel luogo più lontano o vicino che ama. Pezzi come Spaziale, Signora, Zigulì, Il santo e il capriolo d’apertura sono tra i momenti più incisivi di una ricerca artistica difficile da spiegare a parole e sempre intessuta di quella viscerale essenza che fa preziosa ogni singola nota e fa trasparire di onestà i numerosi inframezzi parlati riconducibili ad una passione che si fa narrazione di vita vera.

Edda si conferma come uno dei cantautori più talentuosi e tangibili della nostra penisola, un musicista dotato di una poetica astratta e nel contempo reale, accompagnato da una semplicità disarmante che lo rende grande e unico nella sua interiore timidezza. Sul palco sembra di vedere un personaggio felliniano o ancora meglio un Ligabue pittore che imbraccia una Stratocaster nera pronto a riempire di colori naif le strade che ci inglobano dal di fuori.  All’anagrafe Stefano Rampoldi nel suo essere costantemente alle prese con i propri demoni interiori è riuscito anche questa volta a regalarci in musica stati d’animo specchiati nella vita quotidiana, raccontando ciò che ci ferisce, ciò che ci fa paura, ciò che ci consuma dentro, ma soprattutto ciò che ci rende liberi di amare di nuovo.

 

 

 

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